giovedì 29 marzo 2018

“Onore e Dignità della Donna Meridionale” Arena e Donne, due rette parallele.



Mutazione totalitaria con le tare della società liquida postmoderna, applicate al femminile.
di Angela Maria Spina




L’enucleazione delle regole di calcolo di un sistema simbolico - come per il gioco degli scacchi -  prevede come è noto di stabilire un sistema (convenzionale o non) per calcolare le possibili combinazioni, dalle quali è determinata l’articolazione della struttura razionale della realtà in generale, tanto da poter far prevedere domande talvolta bizzarre o speciose come quelle che mi è capitato di pormi  in occasione di un serio appuntamento culturale della mia città : “che cos’è quel convegno?” “Quale rapporto c’è tra i temi, gli sviluppi e le sue proprietà rappresentative?” In definitiva che rapporto sussiste tra ciò che taluni chiamano filosoficamente l’identità di razionale e reale, che il sistema hegeliano anche con qualche reminiscenza scolastica avrebbe dovuto pur insegnarmi. 

Tant’è che l’Amministrazione Comunale Città di Acri ed i prodi tecnici della cultura di cui attualmente si fregia ed avvale, hanno organizzato giorno 27 marzo c.a. il Convegno sul tema “Onore e Dignità della Donna Meridionale”. Tutti loro avrebbero però almeno potuto tenerlo in debita considerazione questo ragionamento, poiché ben inteso la ragione è (sempre) mezzo di elaborazione della rappresentazione della realtà.  Quella del convegno in verità è stata sciatta, pressapochista e irrispettosa di fonti, testi e contesti. Gli ospiti infatti si sono posti di fronte a tutto questo, più che per comprendere, definire e arricchire i temi proposti al pubblico, scegliendo invece di procedere esattamente come farebbero due rette parallele.  

Ecco perché avverto irrefrenabile il bisogno di giudicarne aspetti prevalentemente negativi, visto che i pochi positivi attengono esclusivamente a quel cammeo di studenti della IV A del locale liceo classico, ed a certe docenti, troppo poco presi in considerazione .

Convegno il cui esito è a mio modesto parere è stato deplorevole. Non certo per le intenzioni, che si spera almeno quelle, si possano fare salve, rispetto alla penosa rappresentazione, parcellizzante e confusa resa dagli studiosi sulla donna meridionale, punto di contatto tra ciò che è stato e quello che invece avrebbe potuto essere, tra realtà e possibilità, in quella che è parsa rappresentata come una ruptile potenzialità espressiva. Con un rituale al quale siamo ormai già saturi da tempo, si è dato corso all’enucleazione stereotipata, asfittica e ripetitiva di vecchie interpretazioni del femminile, ormai indigeste,  citate con troppa parsimonia e ancor più colpevolmente declinati attraverso una penuria di contenuti tutti per lo più contriti, da far invidia all’università di Facebook; che non solo non hanno reso giustizia e degna rappresentazione della donna meridionale del passato, ma neanche dato impulso all’elaborazione del tema per quelle giovani donne contemporanee studentesse acresi, alla cui presenza si è consumato il misfatto che è tanto più grave quanto più deplorevole.   Un femminile rappresentato come un vuoto del Desiderio proteso al Passaggio, il cui dono non è mai assolutamente gratuito; in quella che mi è apparsa - se mi si concede la licenza - come una sorta di liturgia in lingua materna, declinata in chiave di negativo, proprio per la prevalenza del NON attribuito alla rappresentazione della donna in generale ed alla sua simbologia interpretativa; non più che come un buco dell’essere nichilistico, dove il male era e resta un problema e il niente dell’essere invece, non è neanche per un momento un passaggio verso la verità o la giustizia della sua presenza. Forse che i cattedratici abbiano smarrito il senso della realtà e dei temi per sopraggiunti limiti d’età?  Non oso immaginarlo, da parte di così grande gotha. 

Il Tema  del convegno invece, tanto complesso e variegato, sia pure non distinguendosi per originalità  e ideazione singolare - posso affermarlo senza timore di smentita - è stato un classico aborto embrionale delle migliori intenzioni, restate tutte fulgidamente inespresse, vittime della lettura maschilista, retrograda e per nulla accattivante, che guardano alla donna in modo compiaciuto ed ammiccante, figura servile, effettivamente oscurata, magari anche sopravvalutata in taluni contesti e sempre al peggio, come presenza intermittente priva di saper far scorgere quello che invece c'è oltre la superficie. 

Neanche la nemesi incombente della modernità, dopo il Capitalismo e Neoliberismo che si sono giovati della cosiddetta morte apparente del femminismo, che pure ha provato a far intravvedere diverse chiavi di lettura ed interpretative del femminile; sono serviti da lezione; forse perché il feticismo delle merci, come lo chiamava Marx, cioè il bieco consumismo, basato proprio sulla possibilità di soddisfare tutti i bisogni indotti che ci vengono inoculati, (preferibilmente al netto di contraddizioni!) continua a rilanciare e se possibile abbattere e demolire, la fastidiosa voce del vero talento del femminile. Hai visto mai, dovesse cominciare ad inoculare ed imporre limiti o dubbi allo straripante pensiero unico maschile? 

Insomma, per spezzare l’autoritarismo, del pensiero unico dominante e della visione unica maschile che continua ancora a volerci proporre interpretazioni e rappresentazioni improprie del femminile, occorre certo spazzare via il principio di autorità maschile e con esso gli unici freni che ne inibiscono il trionfo (solo tutto maschile) incontrollabile, anche in situazioni grottesche come quelle a cui un pubblico sofferente ha avuto modo di assistere durante i lavori.

Mi domando: quali letture abbiano mai svolto alla preparazione del tema e quale elaborazioni del convegno siano state immaginate, perché francamente a me è sfuggito, sicuramente per mia imperizia. Trasecolare udendo relazioni tanto superficiali, è stata cosa sin troppo ovvia, per un risultato tanto oltraggioso, interessati come sono stati i relatori, ad offrire una rappresentazione delle donne sconnessa, frammentata e claudicante, che nulla a che vedere né con l’onore, né con la dignità ed ancor meno con le donne, specie se meridionali.

Le donne meridionali rappresentate dal lume d’ingegno di tale calibro accademico: Lombardi Sartiani, Scafoglio, Ranisio, (i quali è indubbio che per la circostanza abbiano ceduto tutti al piglio di arrabbattare) nel novero di un bagaglio esponenziale di autorevolezza indiscussa, che ai primi, questo territorio risorgimentale paduliano, ha sempre riconosciuto; e che per troppo tempo ha anche foraggiato con iniqua impudenza ed imperizia, attraverso quella strana vacca da mungere del buon caro abate acritano, al quale a piene mani tutti hanno attinto con pubblicazioni ed onorari. Adesso francamente suonano veramente come scordate rispetto agli accordi musicali.

Gli studiosi convocati per l’importante occasione, hanno dunque tutti inteso parcellizzare e sperperare con i loro interventi, un’occasione che -anche se impropriamente spesa in nome di Giuseppe Antonio Arena - poteva essere occasione preziosa per cominciare davvero a voler intraprendere una interessante strada, su questi temi.  L’intera storia del pensiero è popolata di donne, un lavoro apparentemente di archeologia del pensiero femminile, sommerso o dichiarato.

Un colpevole mancato recupero di testi, contesti, fonti bibliografiche che urlano di donne isolate, tagliate fuori dalla cultura ufficiale, ma protagoniste sempre di quella ufficiosa, in cui anche se donne sempre per lo più analfabete e nelle retrovie, erano e restano donne sempre collocate solo in secondo piano, all’ombra del peduncolo appassito.  Da tempo ormai l'ignoranza ostentata di tanti intellettuali italici, relativamente a temi per così dire “femministi” li riguarda direttamente, interroga le loro vite, piuttosto che la loro professione, la loro cultura, e soprattutto le loro teorie interpretative.  Forse sarebbe il caso di chiedergli perché ne parlate sempre in questi medesimi termini di quarant’anni or sono? Che cosa avete aggiunto con i vostri contributi di cattedratici, a ciò che non ci avete già detto o a quello che nel frattempo abbiamo scoperto altrimenti?

Chi sarà la divinità che le fecondava queste donne della storia, che le riempiva, che le rendeva felici in quanto maternamente capaci di produrre, pur non avendo identità libera e propria? Qual’è la reale potenza storica del femminile sul meridione del passato e del presente e quale dovrebbe invece essere quella del futuro?  E’ una potenzialità e tale rimane, di chi le affida l’anima e come nella dialettica del partorientepartorito tra anima e Dio, la prima è sempre reversibile, la seconda invece no; così come anche quella del possibile-impossibile, che nel pensiero toppo arrogante e presuntuoso, si rovescia come una clessidra.

Sarà forse che la concezione di uno Spirito continuamente spinto in avanti sulla strada della verità, grazie alla constatazione dell'inadeguatezza dei risultati fino ad ora raggiunti, è magari destinata inevitabilmente a fallire ancora, proprio perché - ciò che intendo qui rappresentare come principio infinito -  dovrebbe per lo meno servire ad animare e ordinare la realtà, almeno su questi temi a me molto cari; che invece sento ancora riproposti alla stessa forma dei loro vecchi interventi.  Mentre nel frattempo invece la realtà “razionale” è dinamismo, sviluppo, progresso, anche interpretativo. 

Ora, se la tendenza è quella di esserne semplicemente a favore abbracciandolo, o contraria, denigrandolo, il Convegno abbisogna di qualche chiarimento in più. E sarebbe bene che ciò fosse fatto in primo luogo da parte mia, che affermo convintamente, che il giusto mezzo risiede tanto nell’accoglierlo quanto nel rifiutarlo, per aspetti e derive differenti. 

Non perdiamo di vista che vi è necessità di affrontare questi temi fuori da ogni retorica o strumentalizzazione possibile e che quanto più ha ragion d’essere l’informazione, resta un dato soltanto: ovvero quello della completa dipendenza in cui vivevano le donne non solo fino a un paio di secoli addietro, ma addirittura sino allo scorso e agli albori di questo.

  «Le donne si trovano dovunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate. Fin dall’infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne invece (ieri come oggi) costrette come sono a occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là di un successo di un’ora. Ma se il loro intelletto si emancipasse dalla schiavitù a cui le hanno ridotte l’orgoglio e la sensualità degli uomini, insieme al loro miope desiderio di potere immediato, simile a quello di dominio da parte dei tiranni, allora ci dovremmo sorprendere delle loro debolezze»  

Sono parole che sembrano scritte oggi, invece sono di Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman, 1792.  Che bene chiariscono la necessità e l’urgenza - oggi più di ieri - di Rilanciare adeguatamente occasioni per veicolare una rappresentazione del femminile - tanto più nella corretta ricostruzione storico letteraria e sociologica, anche delle donne meridionali -  che si connota secondo natura femminile a dover conquistare, al pari di tutte altre prima di ogni cosa la libertà.

Dunque, quella di offrire una rappresentazione femminile, corretta, giusta e adeguata magari che abbia anche alla base il sentimento,  passa per molte altre cose che il convegno non ha declinato e come nelle parole gomezdaviliane rimanda ad una perla di saggezza: «La libertà non si percepisce se non come fatto interno; è la forma che assume per il soggetto ogni atto che percepisce come proprio; è la forma stessa della soggettività»; è dunque una occasione troppo preziosa, per essere sprecata tanto più che sempre come lo stesso Gómez Dávila chiarisce – «La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora» – e si sa, la forma non sussiste senza contenuto. 

Ho avvertito questa esigenza di puntualizzazione perché come donna prima che altro, mi ritengo accorta e interessata a saper rispondere, diversamente da ciò che è forse stabilito a priori più o meno volontariamente dalla storia e da certe interpretazioni banalizzanti di certi finto dotti che non si possono proprio più proporre con fini oltre l’onestà intellettuale. 

Perché allora non provare a convincere delle nefandezze di certe chiavi di lettura stereotipate e parcellizzate? Perché la donna meridionale è e deve continuare ad essere riproposta nella storia attraverso rappresentazioni sminuzzate che non le rendono giustizia, con criteri rappresentativi che ricalcano una rappresentazione non veritiera o grondante di stereotipi banali e tutt’al più grotteschi; i quali più che duri a morire, ho il sospetto che siano riproposti da uomini per uomini o magari anche per donne persuadibili, che si ha tutto l’interesse a non voler convincere del contrario?

 Perché l’intellighenzia e questi studiosi - tanto più perché cattedratici -  Non intendono davvero fare i conti con questo fatto interno della rappresentazione del femminile e rifuggono davvero dal voler rendersi interpreti dell’istanza di un’inversione di rotta, ribaltando anche simbolicamente questa rappresentazione povera e fuori tempo delle donne.  

 E’ evidente che per essi tutte le battaglie culturali su questi temi si sono trasformate in una ossessione totalitaria rendendoli ancora incapaci di indicare “un altro mondo possibile per la rappresentazione del femminile”.

Liberarsi significa non vedere più buone ragioni per sostenere un certo vincolo, e forse la storia delle donne è il processo di rifiuto e accantonamento di questi vincoli ingiustificati. La liberazione, è sempre liberazione da qualcosa di ingiusto, è propriamente il gesto dialettico del pensiero che conosce, e non accetta più le condizioni inique in cui dimorava. Ma il togliere una condizione o un insieme di condizioni, non è affatto togliere condizioni tout court, o solo sostituirle, sostituire cioè quell’insieme con alcune altre migliori. 

La risposta a quei significati e a quella rete di relazioni, discutibilmente rappresentate, non è indifferente al fine che se ne è conseguito: solo se la risposta, la scelta è buona, faremo del bene.  Le ragioni che portarono alla nascita delle voci femminili sono nobili, lo è molto meno il seguito che si sceglie di volere o non volere ereditare e rappresentare. 

Forse un tempo le donne si ribellavano a qualcosa di falso e oppressivo; quelle odierne si ribellano a tutto ciò che va contro qualunque cosa passi loro per la testa come erronea e sbagliata ivi comprese le rappresentazioni lette senza alcuna nuova chiave immaginativa.

sabato 11 novembre 2017

I NOSTRI MIGRANTI.


Giovedì 16 novembre ritornerà ad Acri, nella terra antica dei suoi padri, il Professor Joseph Luzzi (*). (E.C. Non sarà giovedì  ma a fine mese... se Zeus vuole).





A GUARDARE VECCHIE FOTO
di Joseph Luzzi


Ho passato un sacco di tempo negli ultimi anni a guardare vecchie foto di famiglia, di familiari che non ho mai conosciuto (sarebbe più preciso chiamarli con il termine asettico "antenati").

Mentre scrivevo le mie memorie, My Two Italìes, Le Mie Due Italie, ho studiato la storia della mia famiglia su prove materiali della loro vita in Italia del sud, prima che arrivassero come immigrati negli Stati Uniti negli anni 50.

Tutto ciò mi colpì profondamente: le carte di naturalizzazione di mio nonno Carmine Crocco, l’encomio di guerra di mio padre, i certificati di nascita dei miei fratelli e la carta d'identità italiana di mia madre, che citava la sua professione di "casalinga".

Ma niente mi ha commosso come le fotografie. I negativi da tempo sono stati persi, e ho dovuto fare affidamento su stampe multigenerazionali, alcune profondamente sbiaditi. Eppure la possibilità di poter guardare negli occhi delle persone di cui stavo scrivendo, li ha riportati alla vita.

Prima del libro, i miei nonni erano solo nomi. Mia nonna materna, Rosaria Crocco, mi aveva aiutato a crescere da bambino, ma mio padre la rimandò in Italia in collera, sostenendo che era intrigante, quando ero troppo piccolo per ricordarla.

Con il tempo ho finito Le mie due Italie, e ho capito che mia madre era veramente figlio di suo padre Carmine: la stessa espressione calda, lo stesso accenno di nervi e ansia negli occhi che hanno visto troppa sofferenza.

Mi sentivo come se avessi incontrato mio nonno – e mia madre – per la prima volta.

C'è una foto del "vecchio paese" che non compare nel libro, un ritratto di gruppo di alcuni abitanti del villaggio calabrese (Cantari, frazione di Acri, n.d.t).

Prima di vedere questa foto, non avevo mai sentito parlare di queste persone. Eppure nulla, più di questa immagine una volta anonima, mi ricorda più del mondo perduto dei miei genitori, quello che hanno abbandonato per dare a noi, i loro figli, una vita migliore in America.

È tutto lì: le strade sterrate, l'abbigliamento modesto quasi rozzo, la natura corale della vita del villaggio. Anche se la foto era del 1950, poteva anche essere stata del 1800 o addirittura 1700.

I miei genitori sono fuggiti dalla Calabria perché non volevano crescere i loro figli in un mondo che sapevano che sarebbe cambiato poco come questa istantanea cristallizzata.

Da allora ho imparato chi sono le persone: all'estrema destra, il pastore Vincenzo Crocco, il fratello di mio nonno Carmine; accanto a lui, il gigante Luigi, il cognato di Carmine; al centro, sua moglie, Bommina, una casalinga come tutte le matrone calabresi dell'epoca; a destra, amico di mio nonno l'elegante Federico Olfello, un lavoratore; accanto a lui, sua moglie, Anna.

Ho chiesto a mia madre perché era stata scattata quella foto, e lei rispose che forse avevano appena macellato un maiale, e tutti si erano riuniti per una festa celebrativa.

Non conoscevo nessuno di loro, ma i volti di questo gruppo mi hanno aiutato a scrivere il mio libro.

Vedo mio nonno Carmine nel fratello Vincenzo: la stessa piccola e delicata corporatura, portamento fiero e sguardo premuroso. Più di tutto, vedo i miei genitori nella loro prima casa, i parenti e gli amici, che si sono lasciati alle spalle e non sono mai più tornati.

In "l'opera d'arte nell'era della riproduzione meccanica" (1936), Walter Benjamin affermò che le fotografie mancano di "aura": sono create da un processo meccanico (l'impronta di luce su un negativo), piuttosto che dalla mano di un artista, rendendole infinitamente riproducibili.

Ma ha anche sostenuto che una foto può fornire qualcosa che un dipinto o una scultura non può mai: un’indicazione o una registrazione del momento, nello spazio e nel tempo, di quando l'immagine è stata scattata.

Ho sentito il potere dell'osservazione di Benjamin mentre fissavo i miei parenti perduti: erano effettivamente fissati in un punto del passato, conservati per sempre in questo ormai scomparso universo calabrese.

Ma forse una foto può avere un'aura propria. Anche se si trattava di un processo meccanico che ha registrato questi paesani acresi - e anche se li conoscevo solo in forma digitale - ho potuto ancora sentire l'odore del passato, privato e pubblico.

E potevo ascoltare le storie dei miei uomini solo quando potevo guardarli negli occhi.

Articolo postato il 4 Luglio 2014, tradotto da S.F.




(*) I genitori di Joseph Luzzi erano cittadini acresi, abitanti nella contrada lamuconese di Cantari, che come tante famiglie del luogo, in diverse ondate migratorie, nella prima metà del secolo scorso, sbarcarono in America.

Giuseppe (Joseph) è l’ultimo dei 4 figli, e il primo che nacque in America.

La sua famiglia si stabilì e si integrò negli States, dove Joseph seguì brillantemente una carriera scolastica e accademica che lo portò a conseguire un dottorato alla Yale University e ad insegnare al Bard College, nello Stato di New York.


Ha scritto My Two Italies (2014) segnalato dal New York Times Book Review, Il romanticismo italiano e l'Europa. (2008), fantasia e realtà nell'immaginario occidentale, vincitore del Premio Scaglione per gli studi di italianistica, e A Cinema of Poetry: Aesthetics of the Italian Art Film. (2011)

I suoi saggi e le sue recensioni sono apparsi su The New York Times, Los Angeles Times, Bookforum e The Times Literary Supplement.

Dante Alighieri è da oltre vent'anni al centro della sua attività accademica. 

Nel 2015 pubblica Oltre la selva oscura, tradotto in diverse lingue, e che gli fece ottenere numerosi riconoscimenti e premi per il suo lavoro di docente e studioso di Dante.

Oltre agli impegni accademici, Luzzi tiene conferenze su letteratura, arte e cinema in giro per il mondo.

venerdì 13 ottobre 2017

COME MAI?



Onorato di ospitare su Dagoberto uno scritto brillante del mio caro amico e compagno di cammino Damiano Pisarra, di cui apprezzo sensibilità, indipendenza di pensiero e radicalità critica.

“Chi guarda un vero amico, in realtà, è come se si guardasse allo specchio.” Cicerone


IL CHIURITO
In alcuni momenti mi assale un pizzicorino, un prurito, una curiosità, un vero e proprio chiurito, se mi è consentito fare ricorso al vernacolo. Ma bando ai preamboli e veniamo quasi subito al sodo: la piccola mente “che non ha mai prodotto nulla di concreto per la realtà politica acrese”, se non solo qualche maldestro tentativo di infilarmi tra le pieghe di un mondo malato e malsano con la balorda intenzione di cambiare in meglio il sistema, ha partorito un modesto e piccolo pensiero relativo alla vicenda FONDAZIONE MaB.

Lo scorso 6 settembre (e tutti penserete ca fina a mo è dormutu) il consiglio comunale si è pronunciato positivamente (e aggiungo finalmente) in merito all’adesione alla Fondazione MaB, riparando al torto ma soprattutto alla mancanza di lungimiranza politica e amministrativa della passata gestione. E tutti penserete: e quindi??? E mo chi vodissa diri??? Buanu susutu!!! E guarda a Pisarra che sinapsi veloci!!! Bravo, applauso!!!

Però... e c’è un però, perchè ad Acri amiamo complicarci la vita, anche perché se non ci fosse il però, vi chiederete, da dove potrebbe nascere il mio CHIURITO. Ebbene credo che volendo fare una stima esatta del tempo impiegato per discutere questo punto all’ordine del giorno e relativa votazione si arriva a mezz’oretta scarsa, considerato che la vicenda era nota a tutti e che in questo caso, giustamente, maggioranza e opposizione erano pienamente concordi ad entrare nella Fondazione.  Da quando conosco questa vicenda, sponsorizzata dal mio amico Dott. Salvatore Ferraro (meglio conosciuto cum u miadicu e du Scigheatu) all’epoca vice-sindaco (A.D. 2015), mi sono sempre schierato fermamente a favore dell’adesione alla Fondazione, anche in virtù di quell’amore viscerale che mi lega al territorio tanto da averne fatto una ragione di vita, visto che ho la presunzione di occuparmi e qattru petri vecchi o e rasti e ceramidi, cercando sempre di sensibilizzare quelli che mi circondano ad apprezzare la nostra amata-amara terra.

Ma voi (se qualcuno dovesse leggere questo pensiero notturno) vi chiederete, ma insomma su chiuritu??


In occasione del primo dibattimento in consiglio comunale sulla questione Fondazione Mab (A.D. 2016) si era levato un capannello di cittadini amanti delle arti venatorie (che avrebbero fatto meglio a spareari metaforicamente allu Ghiegghiu...e doppu allu dupu, considerata la mia discendenza di cui vado orgoglioso), capannello che si sentiva minacciato dalla Fondazione Mab, definita in alcuni casi anche “Carrozzone”. Ed eccoci al chiurito, vorrei chiedere agli oltre 1000 cittadini che all’epoca avevano sottoscritto un documento contro l’ingresso della nostra amministrazione comunale nella Fondazione, e principalmente al loro rappresentante Tullio Capalbo (mio caro amico ed ex compagno di partito con cui ho militato nel PdCI) come mai in questa circostanza non ci sono state proteste, asserragliamenti, interviste, blablablablabla,  contro l’adesione alla Fondazione.

Un caro saluto

Damiano Pisarra


sabato 30 settembre 2017

IL PRINCIPIO SUPREMO DELLA LAICITA’ DELLO STATO



Un principio ignorato dalle pubbliche amministrazioni



“Lo Stato non può avere nessuna religione ufficiale o tutelata più (o meno) incisivamente delle altre, ed i pubblici poteri devono astenersi dal favorire, propagandare o biasimare i valori di una determinata dottrina confessionale”. Figuriamoci finanziarla...




Il principio di laicità dello Stato non venne esplicitamente enunciato nella Carta costituzionale del 1948: esso è stato ricavato in via ermeneutica dalla Corte Costituzionale: la laicità costituisce un “principio supremo” dell’ordinamento costituzionale e rappresenta “uno dei profili della forma di Stato” delineati dalla Costituzione italiana.


Secondo la Corte Costituzionale, il principio di laicità implica un regime di pluralismo confessionale e culturale e presuppone, quindi, innanzitutto l’esistenza di una pluralità di sistemi di valori, di scelte personali riferibili allo spirito di pensiero, che sono dotati di pari dignità e nobiltà.


Detto principio, inoltre, si pone come condizione e limite del pluralismo, nel senso di garantire che la sfera politica debba essere neutrale di fronte ad eventuali conflitti tra valori religiosi e che neutrale debba rimanere nel tempo.


Infine il concetto di laicità implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale.


Gli elementi che strutturano e costituiscono il “nucleo duro” del concetto giuridico di laicità vengono riassunti in quattro obblighi.

Da essi la dottrina ha dedotto che la Repubblica italiana in quanto Stato laico:


1) non può avere nessuna religione ufficiale o tutelata più (o meno) incisivamente delle altre, ed i pubblici poteri devono astenersi dal favorire, propagandare o biasimare i valori di una determinata dottrina confessionale;


2) è chiamata a garantire la libertà di coscienza, di pensiero e di religione di tutti gli individui, l’uguaglianza di tutti i soggetti senza distinzione di religione nonché l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose di fronte alla legge;


3) si dichiara totalmente incompetente a valutare i principi professati da una determinata confessione religiosa;


4) deve rispettare tutte le opzioni religiose e tutti i comportamenti che da tali opzioni discendano, purché questi ultimi siano frutto di una libera scelta e non vadano a configgere con altre libertà costituzionalmente garantite che siano ritenute preminenti ed inderogabili.


Il principio di laicità, in quanto “principio supremo”,
non si limita a costituire un parametro di legittimità delle leggi ordinarie, degli atti aventi forza di legge e di tutte le altre fonti sub-legislative, ma si spinge sino ad indicare il canone in base al quale vagliare la legittimità delle stesse leggi costituzionali e delle leggi di revisione della Carta fondamentale, poiché si colloca in una posizione gerarchicamente superiore a queste.



Questo principio supremo viene continuamente ignorato e trasgredito dalle pubbliche amministrazioni.
Viene ignorato in particolare da Enti, come i Comuni e le Regioni, specie se amministrati da giunte di sinistra (o sedicenti tali).

Per restare a casa nostra, istituire un Assessorato alla Santificazione di un beato, non sarebbe venuto in mente nemmeno ad un sindaco democristianissimo come Pierino Buffone…

Sarà che non c’è più la sinistra laica e anticlericale di una volta, da quella di Garibaldi a quella di Salvemini, da quella di Bordiga a quella di Togliatti…. la sinistra “mangiapreti”

 Sarà che, da quando è nato lo Stato Italiano, è sempre stata la sinistra (o sedicente tale) a sottoscrivere gli accordi con lo Stato Vaticano: la sinistra rivoluzionaria di Mussolini, quella riformista di Craxi, quella all’acqua di rose del rottamatore.

 Fatto sta che questo Stato, in contraddizione con i suoi stessi princìpi, assume ogni giorno di più, le caratteristiche di “uno Stato confessionale, cioè piegato alla morale esclusiva della Chiesa” (Gavino Angius, senatore Pd, fuori dal coro).






domenica 24 settembre 2017

LETTERA APERTA AL SINDACO DI ACRI E ALL’ORGANO STRAORDINARIO DI LIQUIDAZIONE





“Noi Calabresi siamo, in genere, ignoti a noi stessi; noi siamo i primi a disconoscere i pregi non comuni della terra nostra…” Francesco Capalbo, “Il poema del bosco”, 1916.


IL PATRIMONIO COMUNALE DORMIENTE
Nel 1864 Vincenzo Padula scriveva sul Bruzio: “Egli è certo un cattivo figliuolo chi ignora il numero, la natura, i debiti, i crediti e’l prodotto dei fondi appartenenti alla sua famiglia; ed è un cattivo cittadino chi trascura di conoscere i beni, i bisogni, ed i pesi del Comune o dello Stato ond’è parte.”

Purtroppo, continuava ironico e disperante il Padula, è assurdo oggi pretendere che il popolo – in mezzo al quale abbondano i valentuomini cui l’intelligenza non manca - conosca il proprio territorio e che sia “fornito delle più elementari notizie che concernono le condizioni amministrative ed economiche del proprio Comune.”

Dopo più di 150 anni, nel nostro Comune non è cambiato nulla, i nostri luoghi sono sconosciuti alla quasi totalità di chi vi è nato e vi vive. Se non conosci un territorio forse puoi amarlo, ma non puoi pensare di sapere quali siano i suoi bisogni e di poterlo migliorare, valorizzare, promuovere, amministrare…

“La cognizione degli affari comunali era una specie di scienza occulta: pochi adepti ne sapeano qualche cosa e l’ignoranza degli altri cittadini agevolò furti e le usurpazioni, e tolse via la possibilità di denunciare quelle usurpazioni e di rivendicarle.”

E’ sempre il Padula nello stesso articolo pubblicato sul suo giornale. Il riferimento era alle grandi usurpazioni perpetrate in quei tempi dai proprietari terrieri e dai parvenu del nuovo Stato Unitario. Accanto a quelle, nel dopoguerra, sono state consumate una miriade di piccole usurpazioni ai danni del nostro Comune.



Ad Acri le persone che conoscono il territorio comunale nella sua globalità, si possono contare sulle dita di una mano (di un falegname distratto, direbbe mio figlio).

Uno di questi è il Prof. Francesco De Marco.

Il prof. De Marco non è un ingegnere, né un geometra, né un agronomo, ma per la versatilità del suo intelletto e per la sua sete di conoscenza si potrebbe definire la memoria geografica, nonché storica, del Comune di Acri.

In virtù di questa sua peculiarità fu invitato dalla passata amministrazione, nel febbraio 2016, per un breve periodo di collaborazione – gratuita – finalizzata ad uno studio del Patrimonio Comunale, del quale nemmeno i pochi “adepti delle scienze occulte” presenti nel nostro Ente, ne sapevano stimare la reale entità.

Il Prof. De Marco, in un mese di duro lavoro, preciso, rigoroso e ponderato, giunse a redigere una relazione dettagliata del Patrimonio Demaniale Comunale che portò alla scoperta di una sconosciuta, fino ad allora, ricchezza patrimoniale dormiente, che avrebbe potuto e dovuto ispirare, suggerire e veicolare azioni amministrative tendenti a renderla produttiva.

Il monitoraggio, in particolare del patrimonio silvo-pastorale, dove regnava una grande complessità in termini catastali, fu effettuato dal Professore con un lavoro diligente e minuzioso di recupero dei dati presso il catasto e di integrazione e aggiornamento dello stato del patrimonio storico comunale che da sempre giaceva indisturbato in chissà quale armadio del nostro Comune.

Il Professore ha effettuato centinaia di visure catastali ed ha individuato, attraverso i fogli di mappa, le aree del territorio dove insistono le particelle. Ha scorporato le particelle di cui il Comune ha diritto di proprietà assoluta dalle particelle in cui gravano vincoli di livellario o enfiteusi.

Ha raggruppato le particelle che insistono nella stessa area geografica per meglio evidenziarne la superficie.

Insomma, dopo un incredibile e defatigante lavoro, il Professor De Marco presentò la sua relazione al Sindaco, alla Giunta e ai responsabili di settore.

La relazione venne recepita con entusiasmo e con tanti ringraziamenti da parte degli interlocutori amministrativi al punto che… finì, per inconfessabili e inconfessati motivi, probabilmente nel medesimo armadio adibito al coma vegetativo della memoria storica acrese.

Poiché l’attuale amministrazione guidata dal sindaco Pino Capalbo sembra mandare chiari segnali di interesse verso la valorizzazione e la promozione del nostro territorio – l’adesione alla Fondazione MaB è uno di questi –  propongo, con questa lettera aperta, al Signor Sindaco e all’Organo Straordinario di Liquidazione, di voler prendere in considerazione il pregevole studio portato a termine dal Prof. De Marco perché potrebbe rappresentare uno strumento di reperimento di risorse utilissimo in questo momento di gravose difficoltà finanziarie per il nostro Ente.



BIGNAMI DEL PATRIMONIO COMUNALE DI ACRI

secondo il Prof. Francesco De Marco (e secondo il Catasto).

Il patrimonio del nostro demanio comunale può essere suddiviso in tre gruppi.

Patrimonio Comunale dei Grandi Fondi: Galluzzo-Gallice-Varrise, 482 ettari. Su di essi sono stati concentrati un piano di assestamento nel lontano 1966 e un piano di taglio produttivo nel 2014.

Demanio Comunale del Fondo Pietramorella. 736 ettari.

Da decenni i terreni della “Montagna di Pietramorella” sono stati occupati e quotizzati per gli usi civici. Nel 2014 l’Amministrazione comunale ha pubblicato un avviso di alienazione di questo patrimonio disponibile, riservato ai possessori dei quozienti, a fronte di un valore di vendita abbastanza favorevole. Alcuni atti di acquisto e frazionamento sono già avvenuti, ottenendo così la possibilità di sistemazione giuridica e catastale agli occupanti, buona parte delle quote dovrebbero essere presto acquistate, non essendovi per i possessori alcun’altra strada diversa dalla legalizzazione

Patrimonio Demanio Comunale dei Piccoli Fondi (questo sconosciuto).

Su di esso si è concentrato il lavoro di ricerca del Professore.

Disseminato su un vasto territorio, con i suoi 748 ettari e diverse centinaia di particelle, rappresenta un forte potenziale economico per il Comune.

Molte particelle nel tempo hanno vissuto momenti di occupazione. Alcune ingiustamente illegali per disattenzioni amministrative e tante complicità. Molte altre con contratti agrari - enfiteusi e livellario - ma tutte senza che il Comune, legittimo proprietario, abbia mai incassato una lira o un centesimo per la locazione.

Gli amministratori di oggi dovrebbero assumersi il delicato compito di verificare la situazione esistente e agire con azioni amministrative mirate e determinate per riappropriarsi dell’enorme ricchezza patrimoniale (dormiente) da cui potrebbe trarre beneficio la situazione finanziaria del nostro Comune.

Se gli amministratori di ieri si prendevano il lusso di “distrarsi”, oggi occorre essere attenti e responsabili, e  rivendicare le usurpazioni”.

Nella speranza di aver segnalato alle SS.LL. uno strumento utile di reperimento di risorse, ed un competente referente esperto in materia, porgo

Cordiali Saluti.

Salvatore Ferraro






sabato 2 settembre 2017

INCENDI. LA GRANDE RESPONSABILITA’ DEI COMUNI.




 Di fronte alla violenza e allo stupro perpetrato quotidianamente ai danni di Madre Natura c'è solo da incazzarsi... e ognuno si sfoga a modo suo. E chi ci càpita ci càpita.
In due mesi migliaia di incendi in Calabria hanno cancellato 30.000 ettari di territorio. E’ andato distrutto il 10% dell’intero patrimonio boschivo, con tutti i danni diretti e indiretti correlati.
Una catastrofe ambientale che non ha impedito a quegli “impediti” che occupano indegnamente le poltrone del Consiglio Regionale di andarsene in ferie per 43 giorni (dal primo agosto all’11 settembre). Un Consiglio Regionale da recordman di fannullonismo: la bellezza di sei Consigli convocati in otto mesi, per un totale di 20 ore di aula,scatrejerebbero” di fatica dei tori figuriamoci degli “impediti”. Visto che un Consigliere prende minimo intorno a 20.000 euro al mese, cadauno hanno guadagnato 8.000 euro all’ora. Forse nemmeno Neymar … 
Vabbè, a fare in quel posto vi ci manderò in un prossimo articolo, questo ha un altro oggetto.
Anche se resta il fatto che il Presidente della Regione Oliverio, la sua giunta e il Consiglio tutto, non hanno mosso un dito di fronte ad una emergenza così catastrofica. La tutela del territorio non è affare loro, anche perché entrerebbero in conflitto con chi il territorio lo devasta - tagliando abusivamente e bruciando boschi - e li vota. Ma la prima loro preoccupazione è il consenso, non importa la provenienza. I voti, come la pecunia, non puzzano.
Abbiamo scritto un po’ tutti delle responsabilità che, al netto dei piagnistei di quanti non amano informarsi, risalgono dai più alti vertici dello Stato, fino ai singoli cittadini che dovrebbero avvertire il senso dello stato, o senso civico, e collaborare.
La sciagurata legge Madia, il ministro che non ne ha azzeccata una, che ha smantellato il Corpo Forestale dello Stato, unico corpo dotato di uomini e mezzi capaci e competenti in materia di prevenzione e spegnimento degli incendi. Corpo Forestale al quale erano già stati sottratti compiti da parte delle Regioni. Come si fa a non pensare che dietro a questo smantellamento non vi sia un disegno ordito dai malaffaristi che stanno dietro la distruzione dei boschi…
Poi abbiamo le centrali a biomassa, che non solo inquinano con i loro fumi e le loro ceneri, ma sono i mandanti dei predatori delle nostre foreste che sottraggono salute a noi e al nostro ambiente e che creano danni irreparabili al paesaggio e al patrimonio naturale.
Qualcuno, mal informato dice che c’è bisogno di una legge… che Oliverio ha preparato una legge… che forse no… potrebbe rivederla se...
Palle (nomen omen: Palla Palla). Non esiste uno Stato che abbia più leggi dell’Italia. In tema ambientale siamo i primi in assoluto. In materia di incendi poi siamo all’avanguardia. Ci sono le leggi e basterebbe solo applicarle, e farle rispettare da parte di chi ne ha il compito/dovere. Ma non è mai così. Ecco un esempio.

Le responsabilità dei Comuni.
Allego a titolo esemplificativo un’ordinanza che tutti i Comuni devono obbligatoriamente emettere nella primavera di ogni anno. Pochi Comuni ottemperano, quasi nessuno destinatario le rispetta, quasi nessun comando incaricato le fa rispettare.

L’ordinanza dell’8 maggio 2014, sollecitata dal sottoscritto (sì, mi autoreferenzio!) ed emessa da un valente (non ironico) responsabile di settore (negli ultimi due anni purtroppo c’è stata una crisi mnesica),

VISTO tutti quei Decreti Legislativi e Leggi dello Stato elencati in premessa, fa obbligo
“Ai proprietari e/o conduttori di aree agricole non coltivate, di aree verdi urbane incolte, ai proprietari di terreni edificabii, ecc., di effettuare i relativi interventi di pulizia a propria cura e spese dei terreni con la creazione di fasce di pulitura di larghezza minima di 10 metri e di almeno venti metri lungo le strade che confinano con i boschi”.
Avete letto bene. Venti metri lungo le strade che confinano con i boschi! Tenuto conto che quasi tutti gli incendi partono dal bordo delle strade, provate ad immaginare quanto sia fondamentale nella prevenzione degli incendi il rispetto di queste disposizioni!
Il problema è che, mentre nei Comuni del Trentino o del Veneto, queste ordinanze vengono rispettate e fatte rispettare, da noi, quando vengono emesse, non le rispetta quasi nessuno. Né tantomeno viene in mente a chi le deve far rispettare di utilizzare tutti i propri poteri per persuadere chi se ne sbatte delle leggi e delle regole. E purtroppo l’unico mezzo di persuasione, per chi non ha senso civico, è quello che… te lo facciamo venire con una sanzione, che già 500 euro sono poche, ma l’anno prossimo, se non ottemperi, te la facciamo del doppio.
Ne oso chiedere - perché qualcun altro dovrebbe farlo - come mai non sono state emesse ordinanze sulla creazione di fasce di pulitura di recente.
Non oso chiede - perché qualcun altro dovrebbe farlo - a quella onesta e bella persona (non è ironico) che ha il comando della Polizia Municipale quante multe sono state elevate a quanti trasgressori.
Purtroppo viviamo nel paese del Bengodi, dove tutti gli amministratori del passato, del presente e forse de futuro, hanno fatto passare il messaggio e dato anche disposizioni di non vessare i cittadini contravventori della legge, dalle più gravi forme di abusivismo alle più banali trasgressioni di ordine ambientale, per il nobile motivo che riguarda la ricerca del consenso. E che rappresenta uno degli aspetti della degenerazione del sistema sociale di tutto il Sud in generale, e della nostra Regione in particolare: clientelismo, assenza di senso civico, mafie.
Poi ci sono anche motivi di opportunità, diciamo così, relazionale. Ricordo un brigadiere del Corpo di Polizia Municipale che alla mia domanda sul perché fosse così ridicolo l’introito proveniente dalle multe, mi rispose che lui, personalmente, da quando ne aveva fatta una e il sanzionato gli aveva tolto il saluto, non ne aveva fatte più.
Altra grande responsabilità del Comune negli incendi dei boschi la potete trovare, se non vi siete già sfastidiati di leggere, aprendo questo link




martedì 22 agosto 2017

L'IGNORANZA E' MENO DANNOSA DEL CONFUSO SAPERE.




L'INSENSIBILITA' ASSOLUTA DEI POLITICANTI CALABRESI VERSO IL NOSTRO PATRIMONIO STORICO E CULTURALE.
L'incendio di Cosenza è stato spento, anche grazie al fiume di lacrime di coccodrillo che è sceso lungo Corso Telesio, ma non si sono ancora spenti gli appelli appassionati di esperti che continuano a susseguirsi su tutta la stampa nazionale.
Il danno conseguente all'incendio doloso non è poi così grave, trattandosi di "fotocopie", e visti i personaggi da operetta che dominano la scena e sui quali fa luce e diverte un articolo di IACCHITE,  http://www.iacchite.com/cosenza-roberto-bilotti-identikit-un-mecenate/ ma dimostra, 1. la mancanza assoluta di prevenzione e tutela del nostro patrimonio culturale da parte di una classe politica incapace e insensibile, 2. l'indifferenza e l'impotenza dei calabresi di fronte alla progressiva distruzione del nostro patrimonio culturale, che più che materiale, è mentale.
Pubblico un ottimo articolo del Prof. Ocone che ho avuto il piacere di conoscere, ma che, come tanti altri, non conosceva la reale entità di questi "tesori".

BERNARDINO TELESIO

  LA VERGOGNA DEI TESORI BRUCIATI  


  di Corrado Ocone (*)

Fonte: Il Mattino 
La natura non ha un fine ad essa esterno ma è solo materia che si aggrega e disgrega secondo i modi che, attenendosi strettamente alla realtà della cosa, lo scienziato scoprirà mano a mano. E lo farà con un processo conoscitivo che, a sua volta, non avrà nulla di “miracoloso” ma si realizzerà attraverso i dati che ci provengono dai sensi e che l’intelletto elabora.
L’universo, per Telesio, non ha più nulla di stabile e stabilito, come in Aristotele e nella tradizione del cristianesimo medievale: non esiste nei suoi elementi una gerarchia, un alto e un basso prestabiliti. La vita umana, almeno quella biologica, è pienamente inserita in questo meccanismo: non ha altro fine che non sia in se stessa, nella volontà di conservarsi e di accrescere il proprio potenziale di vita.
Telesio, pur con mille accorgimenti tattici, dice questo prima di Galileo, di Bacone, di Hobbes, i quali tutti gli sono tributari. E tutti gli saranno nelle loro opere riconoscenti per il contributo originario che ha dato alla vera e propria “frattura epistemologica” che segna l’inizio dell’età moderna.
Quando Benedetto Croce, nel ripercorrere le vicende del Regno di Napoli, scrive che è agli uomini di cultura, al loro contributo, che si deve la parte di dignità che tocca anche a noi meridionali, è a personalità come Telesio che sicuramente pensava. Fa perciò specie che sia proprio il Mezzogiorno, nelle sue classi dirigenti prima di tutto, ma anche nella parte più ampia dei suoi cittadini, ad essersi del tutto dimenticato di questo contributo di cui sarebbe giusto e utile “menar vanto”.
La cosa che impressiona di più nell’incendio di Cosenza, ove rari manoscritti e pergamene di Telesio, e anche la prima edizione a stampa del De Rerum natura sono andate distrutte, è proprio l’insensibilità che le autorità pubbliche cittadine avevano mostrato di fronte ai ripetuti appelli del proprietario dello stabile. Il quale aveva messo puntualmente e inutilmente in guardia dei rischi che un così prezioso e raro materiale correva per via dell’occupazione abusiva dell’appartamento sottostante.
Più che insensibilità, si è trattato probabilmente di ignoranza, di quella incapacità di cogliere l’importanza simbolica e identitaria che per una comunità dovrebbe avere un così prezioso patrimonio storico. Tanto più quanto esso, come nel caso in questione, richiama ad una dimensione universalistica, europea, moderna, che il nostro Mezzogiorno, chiuso nel suo sterile provincialismo rivendicativo, non ha più quasi avuto dai tempi di Telesio.
Strana sorte quella nostra di aver anticipato e contribuito a costruire la Modernità, ma poi essercene come ritirati. Ma tant’è!
Mentre piangiamo la perdita irreparabile, sarebbe giusto pensare con consapevolezza al futuro, affinché casi del genere non abbiano più a verificarsi. Sarebbe bello e utile censire il patrimonio culturale di tutto il Mezzogiorno, farne un motivo di orgoglio, studiare forme per valorizzarlo. Sarebbe anche bello inserire questo lavoro in una europea rete della cultura, tanto più che oggi fare quello che a suo tempo fece Telesio, cioé stringere rapporti con i dotti di tutta Europa ed entrare in un circuito di elaborazione intellettuale sovranazionale, sarebbe estremamente più facile.
Sarebbe tutto bello e utile sì, ma temo che non se ne faccia niente anche questa volta. Metabolizzeremo anche questa perdita. Come a Cosenza, guarderemo indifferenti o impotenti alla distruzione progressiva del nostro patrimonio culturale. Non dico ad altre distruzioni materiali, ma a quella distruzione mentale che avviene ogni volta che voltiamo le spalle al nostro passato alla ricerca di un futuro diverso che in questo modo non arriverà mai. 
(*)   Corrado Ocone, è un filosofo e saggista di BeneventoSi occupa soprattutto di temi concernenti il neoidealismo italiano e la teoria del liberalismo.
Allievo di Raffaello Franchini, è borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli negli anni 1993-1994. Qui ha l’opportunità di lavorare direttamente nella biblioteca personale di Benedetto Croce e con l’aiuto di Alda Croce, figlia del filosofo, raccoglie e analizza il materiale scritto nel mondo su di lui.
È direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma. 
È membro del Comitato Scientifico della Fondazione Cortese di Napoli e del Comitato Storico Scientifico della Fondazione Craxi. 
È fra i promotori del Centro Collingwood di Napoli.
(Wikipedia)