domenica 7 luglio 2019

ANGELO GACCIONE. L'INCENDIO DI ROCCABRUNA



Angelo Gaccione, scrittore acrese, nel 1993 piombò sulla Storia di Acri (Roccabruna) in particolare, e del Meridione in generale, con questo capolavoro, che racchiude una raccolta di racconti sferzanti come la grandine inaspettata a maggio.

Racconti di misfatti e abusi di potere, di angherie di arroganti signorotti depravati, di atroci vendette, di ignoranza grassa, di fanatismi religiosi, che sembrano “per la loro estremità, per il loro affollamento o concentrazione di male, rovesciarsi dalla realtà alla irrealtà, dalla storia alla favola". Dalla prefazione di Vincenzo Consolo.
Il libro incontrò l’osteggiamento degli eredi dei signorotti, che si riconobbero in alcune storie, nonostante gli pseudonimi, e degli arricchiti parvenu che ne mutuavano ancora i laidi metodi di arbitrio e sopraffazione.
Pertanto il capolavoro di Gaccione, oltre all’alto valore letterario, si presenta ancora come una denuncia, al tribunale incorrotto e incorruttibile dell’Opinione Pubblica, delle scelleratezze di cui è capace di macchiarsi chi si nutre dell’ingordigia del potere.



UN SOGNO NERO E SPIETATO
Di Tomaso Kemeney


La narrazione cronachistica, in questo libro considerevole, si dipana per un mosaico di quindici racconti che finiscono per formare momenti memorabili, nonché tremendi, della storia di Roccabruna. La scrittura di Angelo Gaccione assume le dimensioni di una narrazione storica quando gli eventi vengono focalizzati attraverso la prospettiva di un narratore onnisciente, come avviene, per esempio, per il racconto “L’incendio di Roccabruna”, racconto che fornisce anche il titolo alla serie dei testi. Assume, invece, le condizioni di un racconto riferito quando la focalizzazione risulta esterna, come si nota in “I giustizieri” e “Il sacrilegio”.
Il narratore offre la sua voce all’autore nel caso di “Il documento rubato”, essendo il testo a lui ispirato da altri scritti, come da “Animali delinquenti (1892)”.
Il variare del punto di vista narrativo non implica variazioni della dominante “terrifica”: si evocano decapitazioni, prepotenze, fattorie incendiate, animali avvelenati, persone scorticate vive, sacrilegi di anarchici rivoltosi, faide mortali tra famiglie gentilizie, la bramosia di prìncipi, stragi di roccabrunesi, ribelli segati in due, angioini e aragonesi nello sfruttare le terre calabresi, tradimenti, delitti dettati dalla gelosia.
I roccabrunesi morivano di fame sia sotto i feudatari borbonici che sotto i contro-feudatari giacobini. La serie delle violenze perpetrate dai potenti, le vendette degli sfruttati, finisce per raffigurare un panorama terrifico. Nulla pare più impossibile che amare generosamente e comportarsi civilmente in questo circo infernale.
Dalle focalizzazioni del narratore s’irradiano raggi di pura lucidità tragica in pagine simili a un caleidoscopio fondato su interminate trasgressioni contro la dignità umana. Dalle parole di Angelo Gaccione tutto ciò che non è avvilente pare falso, vale a dire letteratura.
Questo libro evoca il vuoto morale che abita gli uomini: qui castelli e tuguri emanano lo stesso odore di pompe funebri. Pare di vedere le labbra del narratore tremare di sdegno nell’evocare la condizione umana, forse non solo a Roccabruna, in Calabria. A meno che non si interpreti, la potente evocazione di fatti storicamente avvenuti o inventati, come la trascrizione di un sogno nero, di un incubo frenetico.

Angelo Gaccione
L’incendio di Roccabruna
Di Felice Edizioni 2019
Pagg. 128 € 12,00


venerdì 19 aprile 2019

LUOGOCOMUNISMO GLOBALE.



Abbiamo barattato 2000 anni di storia, di cultura e di progresso con la lotta alla CO2, con il politically correct, con il sincretismo religioso e con un ricco corredo di assurdità ideologiche, utopistiche e disumane che ci disonorano al cospetto di chi ci ha preceduto. E di chi ci giudicherà in futuro




GRETA LA PAZZA

Greta la Pazza è un celebre dipinto del pittore fiammingo Bruegel il Vecchio. 
Protagonista è Greta, una donna armata di spada, corazza ed elmo che si accinge ad una impresa senza alcun senso: l’assalto all’inferno. Greta porta con sé, insieme ad utensili da cucina, un forziere contenente un bottino. I suoi occhi sono sgranati, la bocca aperta, a rendere la follia della donna che marcia sull’inferno nell’aspettativa di vincere la battaglia e ricavarne un bottino.
Intorno a lei solo desolazione, distruzione, fiamme, un sabba di figure deformi e grottesche: non si tratta di diavoli e dannati, come nei dipinti del grande maestro Bosch: l’inferno di Greta è in terra. Attorno a lei sono esseri umani, intenti a scannarsi l’un l’altro: militari, fortezze diroccate, navi cariche di combattenti, un gruppo di donne che si accapigliano tra loro su un ponte. Sono il simbolo dei peccati dell’uomo e della sua naturale inclinazione ad autodistruggersi.

Greta, in particolare, simboleggia l’avidità che porta alla follia, al perseguimento di imprese impossibili e senza senso, alla ricerca dell’arricchimento fine a se stesso. L’alter ego di Greta è il gigante dalle fattezze mostruose che sorregge la barca sormontata dalla sfera, gigante che defeca monete in quantità sulla gente che si accapiglia per raccoglierle

All’indomani dell’incredibile rogo di Notre Dame a Parigi, Greta la Climatica ha avvertito la necessità impellente di pronunciare queste parole davanti agli eurodeputati di Strasburgo: “Il mondo ha assistito con orrore ed enorme dolore all’incendio di Notre Dame ma questa sarà ricostruita. Spero che le nostre fondamenta siano ancora più solide ma temo non lo siano (…) La nostra casa sta crollando e il tempo stringe, e niente sta succedendo. Bisogna pensare come se dovessimo costruire una cattedrale, vi prego di non fallire”.

Sono senza dubbio tempi prodigiosi, quelli che stiamo vivendo. Tempi in cui una ragazzina di 15 anni si produce in tour europei che nemmeno Mozart, ad informare i grandi della Terra che il Pianeta morirà fra dodici anni se non smettiamo di guidare il SUV. Una Europa che con le macerie di Notre Dame ancora fumanti, e una sequela impressionante di attacchi a monumenti e simboli della cristianità, ritiene evidentemente che il problema più importante sia combattere la CO2, ovvero il mattone elementare della vita sulla Terra. Ché Notre Dame si ricostruisce, come un Lego o un palazzo di SimCity, mentre la Terra…se non compri una Tesla non la recuperi più.

E viene in mente Bruegel, ed il suo quadro. Ché il bello delle allegorie, è che si possono re-interpretare a distanza di secoli perché i messaggi dei grandi artisti sono universali, ed eterni.
Un mondo occidentale in fiamme, in cui una classe media progressivamente e irrimediabilmente impoverita si ritrova coinvolta in una lotta per la sopravvivenza contro chi povero lo è da sempre. E una élite finanziaria che discetta di “helicopter money”, ovvero di defecare letteralmente la carta-moneta stampata dalle banche centrali in testa alla gente, come il mostro del quadro di Bruegel.

Greta la Pazza che va all’assalto dell’inferno lancia in resta e malloppo in tasca è in quelle menti raffinatissime che oltre all’helicopter money auspicano che i trilioni stampati dalle banche centrali vengano letteralmente dilapidati in improbabili “Green New Deal” senza nessun senso economico: progetti assurdi e faraonici di distruzione di valore in cui a perderci sarebbero tutti, tranne i pochissimi che quelle torri di Babele le realizzerebbero o finanzierebbero.

Greta la Pazza siamo noi, che assistiamo inebetiti a questo spettacolo indecente.
Siamo noi, che mandiamo i nostri figli a scuola illudendoci che imparino qualcosa, mentre loro da quella scuola escono presi per mano ai loro insegnanti per protestare contro la CO2 e la fotosintesi clorofilliana.
Siamo noi, che perdiamo tempo sui social network a postare messaggi e fotografie di cui non frega niente a nessuno mentre i nostri figli si accodano ai pifferai di Hamelin della fine del mondo prossima ventura.
Siamo noi, che mentre Notre Dame brucia ci commuoviamo e ci riscopriamo “europei” e magari persino cristiani. Quando le Notre Dame attorno a noi non si contano: abbandonate, in rovina, senza fedeli, profanate, convertite in piste da skateboard o in night club.
Greta la Pazza siamo noi, che abbiamo barattato 2000 anni di storia, di cultura e di progresso con la lotta alla CO2, il politically correct, il sincretismo religioso e un ricco corredo di assurdità ideologiche, utopistiche e disumane che ci disonorano al cospetto di chi ci ha preceduto. E di chi ci giudicherà in futuro.

lunedì 18 marzo 2019

FRIDAYS FOR FUTURE


APPUNTI PER I RAGAZZI (ACRESI) CHE HANNO PROGENITORI DIFFICILI

di Angela Maria Spina  




 C'è qualcosa di nuovo Oggi nell'aria, no anzi d’antico, ci sono loro, i nostri giovani e quelli di tutto il mondo; insieme a loro studenti, ci sono associazioni, cittadini, volontari, che hanno realizzato il Global Strike For Future, lo sciopero globale per difendere il clima.

Il movimento composto essenzialmente da migliaia di studenti, scende oramai da tempo in piazza a manifestare, per chiedere ai governi interventi più concreti per contrastare i cambiamenti climatici.
L'iniziativa promossa come è noto da Greta Thunberg giovane svedese leader del neo movimento ambientalista, che dal 20 agosto dello scorso anno, attraverso i Fridays for Future, ogni venerdì manifesta davanti al parlamento svedese, chiedendo maggiore impegno da parte dei politici per risolvere i problemi ambientali.

L'impegno di un’adolescente per ammonire ed istruire gli adulti all’assunzione di responsabilità, richiesta dai ragazzi proprio a noi altri adulti, (più o meno consapevoli della svolta epocale) di educarli all’unico cambiamento possibile: modelli di sviluppo economici, sociali e culturali, diversi rispetto al passato.
Ecco perché questi giovani, non sono compresi da molti; li temono in tanti e contano su di una vasta pletora di detrattori, che preferirebbero di gran lunga si estinguessero magari per autocombustione. Alcuni li considerano ignoranti, poco istruiti, figli di papà e mamma’ dediti a pratiche edonistiche, solo ingioiellati da accessori e smartphone altamente inquinanti, pratici solo dello sconsiderato uso di prodotti affatto green.
Io che i ragazzi li frequento e per indole non faccio mai di tutta un’erba un fascio, abituata come sono anche per deformazione professionale, alla pratica ben più complessa dell’interpretazione sostanziale; ho l’abitudine di verificare ed approfondire ciò che mi interessa considerare.
Perché come docente prima e poi anche come genitore, questi ragazzi vorrei ringraziarli tutti, nella più alta considerazione che dovremmo tributargli senza se e neppure ma, considerando il rango di azioni tanto responsabili, ivi compresa la volontà di ergersi a coscienza civile del complessivo modus vivendi dei nostri sconsiderati tempi. Ecco perché vorrei ribattere contro chi pensa di entrare a gamba tesa, proprio a poche ore dalla bella manifestazione del Fridays For Future, (tenutasi anche della mia cittadina). Ciò che m’induce a fare il punto, è solo un vilipeso principio di giustizia nei loro confronti, poiché a giudicare questi ragazzi, sono essenzialmente i tuttologi della docenza (e solo raramente, molto raramente, docenti ed esperti accreditati che bene li conoscono); unitamente agli ideologi dei complottismi; ed ai buontemponi del “zuzzurellonismo” ovvero lo sport della malafede, che ci vorrebbe tutti dei cretini, facili creduloni anche delle mode in voga. Molti detrattori e critici infatti offendono Greta e con lei anche la moltitudine di ragazzi nel mondo; l’hanno denigrata e vergognosamente derisa; preoccupati sin anche delle assenze a scuola, delle sue trecce rosse della inespressività del volto e della lana caprina dei suoi cappellini rustici. E perché mai? Forse perché Greta è riuscita a trasformarsi in un fenomeno globale?
Probabilmente non da sola; e come avrebbe potuto? A lei infatti si sono uniti milioni di persone; ecco perché la scimmiottano, la offendono e la denigrano  specie sui profili social; dietro Greta, dei genitori più o meno celebri, sin anche un’organizzazione che sfrutterebbe il successo mediatico per pubblicizzare  “prodotti” ed un  grande deus ex machina: Ingmar Rentzhog, esperto di marketing e pubblicità, che avrebbe “sfruttato” a sua volta l’immagine dell’ignara giovane, per la promozione della sua start-up sulla prevenzione del cambiamento climatico.
Quanta ipocrisia. Quanta cattiveria. Quanta barbara meschinità.

Personalmente, l’idea che Greta abbia dietro degli adulti e una strategia seria di Marketing (due milioni e mezzo di euro per la campagna pubblicitaria) non mi preoccupa affatto, anzi, in parte mi conforta; se penso al ruolo di adulti responsabili e se considero l’idea che una ragazza sola avrebbe veramente potuto mettere a rischio il successo di un’impresa tanto importante, senza un margine di fondi, del tutto priva di un’organizzazione “scientifica” del lavoro.  Senza poi trascurare il dato che se quell’adolescente fosse stata italiana e si fosse messa in sciopero davanti a Montecitorio, oppure davanti ad una casa municipale, nessuno mai l’avrebbe non solo notata, ma neanche lontanamente presa in considerazione. Lo sappiamo bene, no?

Solo la radicata sensibilità ecologista dell’Europa del Nord e della Svezia in particolare modo; quella sensibilità sociale alle tematiche della qualità della vita e dell’ambiente, le hanno permesso di assumere, quel consistente peso nell'opinione pubblica e di conseguenza, quel significativo ruolo che tanto le viene contestato.
Questo processo, a cui la giovane e con lei tutti i simpatizzanti -messi sotto la lente-  comporta una profonda trasformazione degli stessi paradigmi tradizionali per la difesa della natura dell’ambiente e del clima, che sono anche all'origine di una per così dire poetica protesta; che ha per buona parte definito tutto lo splendore e la luce, di una creatura di così tale bellezza e sensibilità; certamente troppo complicata per palati delle latitudini mediterranee, (che in fatto di cultura ambientale hanno ancora troppe lezioni da dover imparare; piuttosto che auto proporsi alla docenza delle cattedre vacanti) e che loro malgrado disturbati da altro, non riescono nemmeno a interpretare e leggerlo per quello che è questo fenomeno: Un invito, un’occasione per ripensaci tutti come collettività, per saperci mettere in discussione, come individui del pianeta.
 
Ciò che per me conta è la capacità di trasformare un interesse speciale in una risorsa e Greta con questi ragazzi lo sono, una strepitosa risorsa: hanno la coscienza infelice della giovinezza; la capacità di collegarsi idealmente al mondo, nell'anelito di vita di ogni essere vivente, del quale provare a volersi far carico; c’è un modello di intelligente pluralismo, fondato sulla costruzione di reti e di comunità solidali, consapevoli e responsabili; c’è il giusto modo di convogliare l'indignazione, per dare spazio al diritto di cittadinanza all'intelligente ricerca di soluzioni ambientali, per connetterci con qualcosa di più grande, il rischio della vulnerabilità controbilanciato dal "premio dell’estasi”; c’è l'accettazione della vulnerabilità nostra e del resto delle specie;  e ci sono loro in tutta la loro folgorante bellezza: Greta e i milioni di giovani nel mondo, volenterosi e perfettamente in grado di saper spronare al rispetto degli studi scientifici sul clima e l’ambiente, così come allo Studio di Soluzioni che scienziati accreditati, hanno definito anche per loro, per poter provare a farci riflettere ed elaborare. Loro hanno saputo rispondere, rinunciando ad un pezzetto di individualismo cieco ed egoista, per poter abitare l'altruismo e la presa in carico di ciò che ci riguarda tutti: Clima che fa rima con Ambiente. Per me Va bene così.

Dunque, lo spirito giovane del Mondo che mette in moto il presente non può essere in alcun modo deriso, offeso e soprattutto sminuito. Inoltre questi ragazzi non debbono essere lasciati soli; né abbandonati a loro stessi, fiduciosi che il loro fallimento ne dimostri la bravura di una previsione che per alcuni sarebbe anche scontata.

Grazie all'esempio di Greta ed alla sensibilizzazione di una sempre crescente fetta di opinione pubblica (purtroppo non cittadina), la mobilitazione degli studenti in tutto il mondo si è resa protagonista di una specie di salto oltre la siepe, attraverso il quale è risultato facile a molti, provare a sospettare del marcio, dove marcio proprio non si crede. Vivendo in un mondo globale, bisognerebbe almeno imparare a ragionare globalmente, non solo per le convenienze però. Imparando a vedere -se possibile- oltre i 5 anni di una candidatura politica o i desideri immediati che generano spot; c’è sempre oltre la superficie del letame, un humus che merita di essere interpretato non solo e sempre nella malafede.

Perciò: Basta continuare a dubitare dell’entusiasmo, nitido e coraggioso di questi ragazzi nel manifestare su temi tanto insidiosi quanto ostici.
I giovani seguaci dalla dolcissima Greta sono una formale adesione a loro stessi e a nessun altro. Saranno le loro intelligenze vivide a non permettere di poter essere sfruttati per alcun vergognoso ed immorale scopo. Qualunque beneficio ne possa (loro) anche derivare, non potrà dunque, mai essere meno immorale o sporco di tutti quelli che fin qui li hanno preceduti.

Questi ragazzi stanno chiedendo al mondo solo di essere ascoltati per esercitarsi ad essere loro stessi. Il resto dovrà essere giudicato a tempo debito. Io con molti di loro ho discusso e ragionato vis-à-vis ho dunque nitide le loro belle facce pulite e sin anche quella fulgida intelligenza tutta degna di rispetto: Domenico, Lorenzo, Alessandra, Simone solo per citare qualche nome; per me a questo punto non contano più i numeri, contano i volti, gli occhi le parole ed i ragionamenti fatti insieme. Insieme sono una specie di pacifico esercito della salvezza, quella salvezza che sprona, istruisce ed ispira; che come docente non posso disattendere e come genitore ho l’obbligo morale di non tradire. C’è in ognuno di loro l’incandescente fuoco di una moderna vitalità prorompente, del tutto consona ai tempi ed ai modi dei nostri giorni; con la non sorprendente voglia di guadagnarsi: credibilità, visibilità e riconoscimento; gli stessi che le generazioni precedenti lamentavano e che ora sembrano aver dimenticato.

Marciando pacificamente insieme a loro, ho inteso anch'io affermare e rispettare quella considerazione che gli dovremmo invece tutti tributare, (soprattutto localmente); per due precisi ordini di motivi:

1- si sono sollevati dall’apatia e dalla indifferenza (cittadina) che tanto gli contestiamo.
2- hanno dato dimostrazione con le loro belle facce pulite, che sono capaci da soli, di dare corpo ai loro pensieri, ai loro desideri; alle più intime aspirazioni;
3- chiedono pieno titolo di cittadinanza (a modo loro) attraverso processi educativi e culturali innovativi e differenti;
4- ci ricordano che Non esistono, solo come pubblico applaudente e/o votante, delle circostanze imperiose dei puri fini esibizionistici.

Le grida, le musiche, i canti, gli slogan ed i cartelloni colorati hanno rappresentato a tutti la loro determinazione, l’allegria e l’atmosfera gioiosa, la loro seria consapevolezza; l’autorevolezza delle loro domande sulle urgenze che pongono ai governi, alla solidarietà locale, internazionale e cooperativa; per una lotta che possa rivelarsi più efficace ed urgente a salvaguardia del clima e per conservare anche agli altri, un mondo più bello e soprattutto più vivibile di questo.  
Anche i ragazzi di Acri ci sono; ma soli a marciare, come le mosche bianche i loro docenti, distratti e disinformati i cittadini, pochi i volontari e tutti i cosiddetti ambientalisti locali; latitanti i genitori, i giornalisti e i sedicenti mezzi di informazione. Quel sostegno dell’amministrazione comunale, dell’assessore alle politiche ambientali  e di qualche testa coronata della politica cittadina: è risultato ridicolo e forse anche banale; dal momento che questi ragazzi durante i giorni dell’anno non dispongono neanche di uno spazio pubblico confortevole nel quale oltre l’orario scolastico, incontrarsi, discutere preparare cartelloni, proiettare, pianificare interventi, discutere e raccontare il bisogno di ritrovarsi, o ridiscutere urgenze e necessità di partecipazione consapevole e non solo di moltiplicazione, ma piuttosto di mera con-divisione, per continuare magari anche a crescere nell’incontro con la realtà che li circonda negli stimoli ricevuti.
Allora Delittuoso lasciarli soli. Criminoso Isolarli. Vietato Denigrarli e Deriderli. 

Sono Volti puliti e belle facce sincere. Giovani poetici, che hanno trovato il coraggio di aprirsi al mondo; malgrado noi altri adulti ci fossimo prodigati per insegnargli la competizione personale e la difesa in attacco del nemico. Loro invece si sono emancipati, su tematiche insidiose e difficili, gravate da tempi di crisi come quelli attuali, in cui potrebbe sembrare quasi normale derubricare e voler relegare il diversamente possibile in un angolo; e se è vero -come è vero-  che non sei mai troppo piccolo se vuoi fare la differenza, allora perché non riconoscergli i meriti che hanno?

 Hanno colto il buono di quel salto oltre la siepe e l’hanno compiuto da soli; in cambio nessuna opportuna parola di ringraziamento dei loro concittadini; Acri, luogo popolato da molti fantasmi e da più sinistri figuri, che culturalmente hanno sempre saputo mettere in campo invece le rivoluzioni delle proprie convenienze, tributando considerazione agli opportunismi ed alla filosofia del “cosa me ne viene in cambio?…” non li ha calcolati neanche. 

I ragazzi acresi però hanno dimostrato di valere di più, molto di più, specie quando vivi come loro in un luogo impoverito culturalmente e socialmente depauperato, nel quale l’assoluta scomparsa dalla “politica” unitamente al dibattito su una diversa idea di sostenibilità, anche socioeconomica e soprattutto culturale, di una visione della crescita da acquisire come paradigma assoluto, è il primo vero fallimento delle azioni governative dell’ultimo ventennio.

Sconfiggere l’impoverimento, affermare la parità di genere, spendersi per la salute e l'istruzione restano temi indissolubilmente legati all’ambiente e alla lotta contro il cambiamento climatico, atti di generosità verso l’umanità; di quel prorompente desiderio di autentica apertura e volontà di ideare finalmente pensieri nuovi, migliori, diversi, che profumano di vita e futuro. Idee che ascoltandoli parlare, i ragazzi hanno ben chiari e che affermano con energia e vitalità sprezzante. Esattamente ciò che invece noi adulti non siamo più in grado di saper fare.

Al corteo di Acri c’era la parte più sana di quella (meschina) società cittadina, che nel frattempo si è imputridita, forse perché preferisce continuare a guardare da dietro i vetri, piuttosto che acclamarli, applaudirli per averci messo la faccia, le gambe e soprattutto l’intelligenza per sostenere, il parlare chiaro, il controbattere sostanziale delle opinioni e non soltanto quello delle bieche convenienze.

Si scalda il cuore ascoltandoli: comunicano disagi, timori e preoccupazioni, (che un tempo non hanno saputo neanche essere intergenerazionali); oggi invece, nell'enfasi del sentire, sono soltanto verità scomode e veri capi di accusa per quelle generazioni che sono del tutto incapaci di prendersi cura di loro e salvaguardarli.

In definitiva i manifestanti adesso provano a giudicarli tutti: specie gli intrepidi volponi, quelli che gradirebbero di poter fare dei loro volti puliti e degli occhi intelligenti, un solo boccone.

Loro intanto erano Uniti idealmente e globalmente con milioni di altri coetanei di molti paesi del pianeta, perciò non è stato difficile sentirli pulsare.
Svariate manifestazioni in tantissime città o in luoghi sperduti del pianeta erano lì con loro, tutti idealmente collegati in un abbraccio variopinto di solidarietà, vicinanza e partecipazione.

C'erano quelli che dovevano esserci per scelta morale e virtù etica. C’erano gli onesti intellettualmente, gli intrepidi ed i sognatori, i visionari green e gli utopisti che riconoscono l’intelligenza plurale della costruzione di reti e di comunità solidali, consapevoli e responsabili, ruoli imprescindibili. C’era Greta insieme a tutti loro, quella strepitosa ragazzina derisa senza vergogna, solo perché ci connette con qualcosa di più grande, il rischio della vulnerabilità controbilanciato dal "premio dell’estasi" (una forza inammissibile) per qualunque rivoluzione utopistica e qualsiasi gioventù dell’anima. C’erano anche gli indifferenti e gli insensibili; i Coraggiosi e gli audaci nella loro smisurata voglia di (Non)Esserci. 
C’era chi non ha voluto far mancare la propria testimonianza per provare a spiegare, prendendo la parola: l’accettazione della vulnerabilità proprie e del resto delle specie.
C’erano i solitari ed i gruppetti smunti, gli scettici e pure i codardi, quelli cioè di altre generazioni che avrebbero dovuto solo scusarsi con questi ragazzi, per aver fallito la loro occasione possibile.  Hanno latitato solo i pavidi, i timidi e gli increduli e di tutti questi sarebbe poi anche interessante poter giustificare le assenze, se solo s’impegnassero a spiegare meglio per farci capire, che razza idea di futuro hanno in mente.

C’era Acri un minuscolissimo puntino del pianeta: che per poche ore ci ha abilitati e trasformarti in concreta e reale base democratica del διαλέγομαι: predisponendoci all'ascolto ed alla corretta modalità partecipativa.
C’erano i nostri ragazzi, uomini e donne che in molti ancora si ostinano a voler guardare e non riconoscere, loro che trattiamo più spesso con disprezzo ed indifferenza e talvolta con impietosa arroganza; che ci mettono in grado di poter Riconoscere -senza se e senza ma- che queste generazioni invece sono belle, sono pittoresche e sicuramente non sono per nulla peggiori di molte altre passate.

Inspiegabile allora che li si voglia colpevolmente demotivarli e scoraggiare. Riescono là dove altre generazioni erano impedite, fanno tutto da soli, hanno ridefinito il discorso sul cambiamento climatico, parlando di giustizia ambientale, più che per salvare gli orsi polari o i ghiacciai; credendo di salvare il mondo intero dalla catastrofe, per curarsi dell'aria che respiriamo tutti, preoccupati di prendere il cancro o anche immaginare stili di vita differenti per cui vale la pena ragionare. Declinano gli argomenti per parlare del clima come di una questione di giustizia sociale, giustizia economica e giustizia ambientale, perciò per favore, tributiamogli almeno quello che si meritano e che si sono guadagnati da soli: Onore, Rispetto e Merito. L’esclusione di questa nuova forza sociale fatta di donne e uomini, sarebbe destinata in caso contrario a perpetrare solo nuove discrepanze e più considerevoli ingiustizie.

Il mancato dialogo con i nostri ragazzi è osceno, è una frattura interna ben più grave che nel passato; che non dovremmo in alcun modo concederci: l’ennesima mancanza di confronto demolirà la costruzione collettiva di una prospettiva comune, che continuerà come già nel passato a rappresentare solo interessi particolari.
Del resto la misura del grado di “democraticità” di una istituzione e di un assetto sociale, lo sappiamo tutti, non dipende più dalla sola adozione o meno di “strumenti” democratici, ma piuttosto dal flusso di eventi presenti, derivanti dal contesto globalizzato ed interconnesso all’oggi, che necessitano più che mai di un confronto sempre costruttivo, plurale ed aperto, quello del dialogo e sin anche del sostanziale sostegno a valori condivisi.
Ecco perché urge un cammino comune da compiere fianco a fianco, per scorgere nuove categorie utili al superamento della deriva postmoderna, anche attraverso l’analisi dei punti nevralgici delle correnti progressiste, che questi ragazzi con Greta ci stanno spiegando con semplicità ma anche disarmante dolcezza. 

mercoledì 11 luglio 2018

CENTRALI A BIOMASSA.





Articolo rimosso per suggestivo consiglio di persona onorata.

http://www.ferrarosalvatore54.com/2014/01/rompi-il-silenzio.html

Qua cantautori non ne vogliamo...


Anche da noi ad Acri.......................................................................

Ma sono stati bloccati sul nascere. E' stato scoraggiato il malaffare ed è stata tutelata la salute degli Acresi, già messa a rischio da altri fenomeni eco-mafiosi.


Peccato aver salvaguardato anche la salute di un giornalistucolo microcefalo appartenente al "ciciaroevullismo locale" che non perde occasione per liberare flatulenze maleodoranti come una jifa schiacciata.






mercoledì 13 giugno 2018

Todo Modo: La Censura che risparmia i Corvi e NON tormenta le Colombe


di Angela Maria Spina  


                                                              
    È dunque verso l’aria che spiego sicure le mie ali.  
Non temo alcun ostacolo, né di cristallo, né di vetro: fendo i cieli e mi ergo verso l’infinito. E mentre da questo globo mi elevo verso altri cieli e penetro oltre attraverso il campo etereo, lascio dietro di me ciò che altri vedono da lontano.                               
  Giordano Bruno, De l’infinito, universo e mondi.

Questa mia è dovuta a quanti hanno letto un mio ormai non più recente scritto datato 29 marzo 2018  “Mutazione totalitaria con le tare della società liquida postmoderna, applicate al femminile”  - Onore e Dignità della Donna Meridionale - Arena e Donne due rette parallele - a cui  in data 7 giugno 2018 sono stati apposti due squallidi e beceri commenti del tutto deliranti, inviati parrebbe dagli esimi Proff. L.M. Lombardi Satriani e D. Scafoglio.

Si sperava tali commenti fossero resi per controbattere alla sostanza della mia argomentazione, che potrete comunque rinfrescare al seguente link 

http://www.ferrarosalvatore54.com/2018/03/onore-e-dignita-della-donna-meridionale.html

Invece dall’alto della loro edotta scienza e nell’eloquio dell’inconsistenza, hanno inteso scadere di tono e di misura, a solo beneficio del mio sberleffo per la calunnia e pure la diffamazione sulla mia persona.

Da una delle lezioni del mio miglior investimento culturale (nel quale giovinetta mi imbattei come volenterosa e non poco promettente studentessa di filosofia, in anni ohimè ormai non più troppo recenti) appresi e fui nutrita del nettare di quel cotanto grande filosofo messer Giordano Bruno; Lui sì - fu vera illuminazione -  della mia formazione, quel monaco detto il Nolano pregiato  “accademico di nulla accademia” che ebbe il vero merito di darmi una vera grande lezione nel farmi ben comprendere, tutta l’importanza della invereconda asinità; della follia del mondo; e della vanesia negazione del buon senso e della razionalità.  

E dunque anche per queste contrite circostanze, per l’accumulo e l’aggravio proprio della boria di certi cattedratici pedanti, evoco questo mio faro, che tanto inviso aveva la pletora insignificante dei boriosi, per “profumarmi” in cotanto letame.
Dei nominati Frulla, Poliimnio, Prudenzio, e dei Manfurio, ovvero di tutti quei popolari personaggi-maschere bruniane, che oggi più di ieri impersonano laide o fulgide memorie letterarie, mi pare di ravvisare nei tratti in - una attualità presente disarmante - la mia recente storia, con tutte le inique banalità del discredito, inanellate per arrecarmi danno, attraverso due commenti comunque “deliziosi” che sul proscenio dell’ilarità nel mio divertimento, mi fanno apparecchiare una dovuta mia risposta ad entrambi; ad esclusivo beneficio di quanti avranno la pazienza di seguirne l’epilogo finale.

Quelle affermazioni contro la mia persona, non sono solo cagionevoli che di giustificata causa di senescenza, quanto dell’insensata opportunità, di chi le ha redatte e scritte, scegliendo di darsi tante, troppe arie, di edotti cattedratici, per scivolare fuori misura nella boria arrogante e sciocca, della sconsiderata offesa personale, imputabile, solo ad una indefinita spudoratezza “senile-fanciullesca” che della finzione rende solo vertiginoso l’illusionismo verbale e l’iperbole senza complessi o forse solo il trucco furfantesco ed offensivo.

Palesemente riconoscibile un tratto della penna, molto preoccupato ed adirato, da quanto io scrivo con totale disappunto. Per questo i luminari scelgono di sottrarsi ad un civile e franco dibattimento, argomentato con i miei stessi toni, di contenuti su dei contenuti, smarrendo così del tutto il senno e la lucidità del caso. 

E datosi che anch’io sono oramai un’attempata vecchia signora, di una certa veneranda età, la quale a ben guardare sa destreggiarsi alla meno peggio anch’Ella con i suoi poveri strumenti del non banale eloquio - che è dimostrato -  non è solo patrimonio esclusivo dei cattedratici, ma anche talvolta di noi altri poveri meschini; scelgo non altra via che questa nuova mia disamina in tratto di penna, per beffeggiare nella circostanza, la risma dei miei non certo benevoli detrattori; con l’ “Acescenza cattedratica" che preferirei veder piuttosto evaporare.

Faccio ammenda e puntualizzo, di non esser nemmeno titolata quanto lor signori, che pur scrivono di me senza conoscermi, non avendo neanche bene letto tutto ciò che ho scritto e prodotto e omettono dolosamente di rappresentare quello che io ho invece decisamente argomentato.  
Le mie “povere” analisi difatti, che riflettono anche un mio stile certo non minimalista, ma piuttosto sostanziale, non certamente scevro da sbavature sentimentali ed orpelli retorici, al tempo hanno portato e continuano a portare, un sì tale grande fastidio, sin anche in personaggi tanto memorabili della loro stazza, come portatori insani di disvalori di ingiustizia ed irrazionalità. 

Tanto da contestarmi di essere:  

«totalmente estranea al mondo della ricerca scientifica, non ha dimostrato in alcun modo di avere una formazione professionale in tal senso, non avendo mai pubblicato un suo libro, avendo solo investito, a parte l’insegnamento scolastico, il suo tempo nella presentazione in Acri di libri altrui e non essendosi mai sottoposta a nessuno dei tre livelli di concorsi accademici, che legittimano il possesso di abilità e attitudini alla ricerca e quindi la capacità di esprimere giudizi su prodotti scientifici.» (cit.)

Ben al di sopra delle righe e fuori dalle care pagine dei libri stampati - perché quelle sono dei titolati, ed io risulto certamente di nulla accademia - nella sensatezza e non nel delirio - dei cattedratici senescenti, rendo allora giustizia ad una cosa sola: all’ignavia intellettuale e morale perpetrata contro di me.

Sarei stata finanche qualificata come “irriverente” proprio perché non titolata a poter esprimere un mio giudizio, io portatrice sana solo della mia coscienza laica. Repellente a certa morale ipocrita del perbenismo acritico, che proprio con la mia scrittura - e solo con quella - brandisco l’arma della penna, che è modo e atto solo della mia conoscenza, meschina più di certa mia esperienza, con la corrosività sarcastica, che mi rende abile solo di indagare a fondo alle trame oscure di uno strapotere marcio fino al midollo.
 
Ora devo precisare, di essere ben lieta che dopo diversi mesi, i cattedratici di cui ho fatto menzione nel mio argomentare, abbiano sentito il bisogno di ribattere “tempestivamente” alle obiezioni, solo con offese alla mia persona, sebbene le abbiano prodotte con claudicanti ed insicure invettive, a cui però, pur mi delizia ribattere, col guizzo e la sagacia solo dei miei toni divertiti.

Mi appresto allora a chiarire, ma non prima, di aver reso loro un mio “irriverente” inchino, non fosse altro per aver fatto loro interrompere l’ozio dorato della propria senescenza, rapsodicamente attratta nel vortice dell’unidimensionalità del polo speculare non dell'asinità positiva (come dovrebbe aversi della fatica, dell’umiltà e della tolleranza) ma piuttosto della asinità negativa, cioè di quella soggezione a dovere obbedire e credere solo alle “teste unte” e “coronate” con insana rendicontazione. E fagocitare per essa il contenuto nella pedanteria della regola che espropria i fatti e le cose ridefinendole nella vertigine delle possibilità combinatorie di significato e di significante, col potente narcotico del dominio delle coscienze, ed il mantenimento del potere attraverso l’ottusità della “fede asinina” - da asino fidente a individuo (in)cosciente - per il disvelamento delle falsità degli assoluti, che fa sì che il raglio dell’asino possa divenire grido, panico, che tiene lontani solo i nemici della vera (non)conoscenza. 

Impietosa ed impenitente quale certamente io so ben risultare, sarò dunque incorsa nel mitico discredito che intende colpirmi forse come temibile avversaria o solo come delirante signora?  Ma non temete. Io sono avvezza solo a scrivere pamphlets e articoletti, dedicati a povere meschine cose, non certo scrivo - né ho giammai scritto - di straordinari tomi di demo antropologia o critica letteraria, ricchi dell’iperbole dell’acutezza e dell’eleganza; scrivo solo di grovigli inquietanti di certa realtà culturale a cui sono assai prossima, nel mio lucido rigore razionale.

Or bene, ma forse dovrei render conto ai ribaldi, anche della mia coscienza e del mio libero pensiero, quasi fosse il gioco amplificabile all'infinito delle simulazioni e delle falsità contro la mia persona, prodotte senza vergogna né ritegno alcuno? 

Certo le Libere opinioni circostanziate, danno più forza ed in parte generano fastidio, proprio quando sono senza limitazioni ed indisponibili quali si rivelano di contro alle complicità come allo strapotere ed alla vigliaccheria solo dei più vili mentecatti.

E pur volendo io restare ben al di sotto degli stessi toni che mi sono stati usati, dacché io sono Signora e non già cattedratica, quale io mi fregio proprio di non essere, meglio di costoro; mi accingo a deferire con divertimento solo della santa asinità.

Certi personaggi della loro risma, sono riconoscibili perché titolati solo delle loro affermazioni, che li qualificano in autodafé - non solo come non filosofi o illetterati -  nelle sterili invettive  di uomini meschini,  che certo ignorano (o fanno finta d’ignorare) quanto sia rischioso e di cattivo gusto, rivolgersi a certe vecchie signore con questi toni. 

Magari credendo di riuscire a ribaltare il coraggio di pensare, scrivere e parlare, con l'insensatezza di certe affermazioni false e tendenziose, i “coltissimi uomini di cultura” di cui nessuno però scorge il fondo per via del giganteggiante ego e dello spropositato carisma solo apparente (da non dover essere messo giammai in discussione in alcun modo) si sentono per questo più  sicuri di tenere sotto scacco, anche la femmina, ribalda e lucida, cioè la vecchia signora, che è perciò ancora più lieta, di controbattere ai pedantismi con vanto, solo perché diversa e propriamente non gradita come moraleggiante.


La pedanteria, scriveva Bruno nella “Cabala del cavallo Pegaseo” è solo l’effetto della fede asinina. 


Perché allora ci sono tanti asini? E perché quelli che ancora non lo sono sembra che si prodighino a diventarlo?  

Ebbene questo era e resta un arcano misterioso: inesplicabile. Magari perché tutti possano comprendere, rappresentare e poi descrive, le metamorfosi proprio di questo inasinamento imperante e sempre più drammaticamente trasversale:

«Fermaro i passi, piegaro e dismisero le braccia, chiusero gli occhi, bandiro ogni propria attenzione e studio, riprovaro qualsiasi uman pensiero, riniegaro ogni sentimento naturale, ed infine si tennero asini. E quei che non erano, si trasformaro in questo animale: alzaro, distesero, acuminaro, ingrossaro e magnificorno l’orecchie, e tutte le potenze de l’anima riportorno e uniro nell’udire, con ascoltare e solamente credere». (G.B.)

Certo, la fede spropositata nelle proprie esagerate facoltà dell’intelletto e nella propria scienza edotta, può essere sovente causa del delirio dell'imbecillità più rude, così come della deiscenza e decadenza della corruzione della società.

Perciò rivaluto l’importanza del voler dare da conto, dell’antica lezione sui sileni, quelli per intenderci di Erasmo; per provare magari ad andare ben oltre la rozza e sciatta immagine che pur di me essi hanno inteso voler dare, rappresentandomi solo con due commenti su di un convegno del quale mi sono presa briga di dar conto.

Ben inteso, il richiamo agli asini che si ricollega come dicevo alla duplice natura dei Sileni: mi serve per chiarire quanto sia pur necessario andare oltre la rozza immagine esteriore dell'asinità, per conoscere i “tesori” in essa gelosamente custoditi e tutta la “bellezza” di certa asinità, di certa (in)cultura di cui però non sempre è bene dare troppo sfoggio. 

Nel gioco dei rovesciamenti, in cui doveva essere possibile ripercorrere i temi da me argomentati tono su tono, che invece sono rimasti orfani del sensato e sano contraddittorio dei desiderata, la delusione è resa smisurata.

 Ciò detto però, senza tener da conto come a volermi affannare ecco allora che mi accingo a disquisire con miglior e più chiaro eloquio non solo per costoro; ma anche a pieno beneficio della correttezza che mi si conviene e della mia onestà intellettuale; solo con la capacità del mio libero pensiero; grata per gli spazi sin qui avuti e riconoscente verso i pazienti lettori.

Ed IO Signora di nulla accademia come già detto, certo più del mio vero maestro quel tale nolano, mi appresto così a disquisire elementarmente con le citazioni tratte dai commenti che riporterò TUTTE in grassetto e ben in evidenza, a solo vantaggio di chi si diletterà a trarre le debite conclusioni:

«Davanti alla follia di chi parla fingendo di avere ascoltato, contesta senza argomentare, aggredisce senza ragione e offende senza misura e ritegno, inventandosi per oscure ragioni un nemico germogliato dalle proprie piaghe e dalle proprie inconfessate inadeguatezze e paure, la migliore risposta è ignorare tutto, affidando al codice il compito di fare giustizia dell’insolenza dello spudorato aggressore».  (cit..)

Or bene allora, a quale codice si appellano i cattedratici? 

Forse al coraggio di dire sempre quello che io penso e sono abituata a saper bene argomentare, oppure all’avversità per il mio giudicare? 

Chi mi conosce e magari - mi avrà letta per comprendermi più e meglio di lor signori titolati -  sa bene che non sono mai stata né amo stare sotto l’imperio di alcun “prete” né amo alcuna incerta risalita sulla “Zattera della medusa” che pure da Théodore Géricault venne magistralmente rappresenta; né amo complicità con alcun diavolo che  porta occhiali a pince-nez esattamente solo per spartire con la cremè della cremè dell’ intellighenzia travagliata dalle lotte intestine e dalla meschina sete di potere, alcuna cosa affine con la mia persona. 

La bizzarra recita di certi inconcludenti atti convegnistici da cui sempre con estrema umiltà e volenterosa attesa non mi sottraggo ancora, non sono che il pretesto per una valutazione pessimistica, sul becero livello culturalmente oramai squalificato e miserrimamente impersonato da certi indegni pupi ormai ostaggio solo di loro stessi; quasi tutti sileni arroganti e avidi, cinici sovrani del pressapochismo, indegni finanche della propria aggettivazione sostanziale.

Del resto il vuoto politico che caratterizza il Paese attraverso una pletora di viziosi e meschini uomini ”d'onore” fa realmente toccare con mano quell’intreccio perverso tra politica e cultura, gerarchie e potentati inconcludentemente “culturali” magistralmente interpretati in caso di specie che per riflesso specchiano ogni vera storia qui rappresentata.

Oppure si ricorre e mi si contesta contro al coraggio di essere coerente con le conclusioni del proprio personale (mio) libero Pensiero?

Dabbene la “santa asinità” dell’ascolto passivo della mia parola, contro l’azione della mia scrittura, che non scalfisce alcun ciclo negativo, né ha permesso né permetterebbe di rivalutare errori, inciampi o clamorose e meschine figure, solo attraverso delle semplici parole, non fà però ben comprendere certa ostilità svalutativa della mia persona. 
Su quali basi? Per partito preso? Oppure solamente per le mancate nostre frequentazioni in seno alla Fondazione? 

E’ vero della Fondazione Padula ne sono diventata mio malgrado vice presidente, strana e bizzarra carica tanto banale quanto inconcludente, come volermi rappresentare a presenziare anche alla presentazione di libri altrui; carica ed incarichi ricoperti - sia chiaro -  non già per vanagloria personale, né per poter incamerare meriti indebiti alla mia “bassa” levatura; ma per puntualizzare in seno al C.d.A. (i cui compiti e le funzioni sono ben chiari e son tutti demandati al chiarissimo ed eminente presidente della fondazione Prof. Cristofaro) e per assolvere ad un precipuo compito etico e morale di sano volontariato culturale - delle mie pur umili e meschine competenze - quelle sì titolate -  ma solo nella pubblica istruzione da poco più di un quarto di secolo e con chiara fama. 

Ho dunque inteso così solo prestarmi al beneficio del mio dovere, di rappresentare a titolo gratuito la mia città e dei miei concittadini, con il baglio delle competenze ascritte alla mia sola esperienza professionale ed umana di docente del pubblico sistema dell’educazione. Altro non voglio/posso spendere.

 Sui titoli precisi e sui concorsi alla mia nomina, non credo fossero ascritti né la chiara fama di cattedratico e nemmeno quella di laureato o diplomato  e questo basta, anzi parebbe giunta l’ora di far rivedere anche quelle.

Circa poi 

 «(…) i resoconti delle attività, (della Fondazione) come premi, tra cui un Premio di cui lei stessa è animatrice, il Premio Padula (di discutibile utilità, dal momento che Padula è presente esclusivamente nella denominazione del premio), e di eventi culturali come presentazioni di libri, normalmente gestiti da lei stessa, con tutti i riferimenti economici mai resi pubblici (…) I cui cittadini di Acri avrebbero così preso atto della nostra estraneità totale a questa storia di interminabili chiacchierate accompagnate da un’incessante dissipazione di denaro pubblico.» (cit.)

Come già ribadito, rimando al ruolo che non è mio, ma è del Presidente stesso della fondazione. La mia nomina di vice-presidente nella Fondazione della città di Acri, lo ribadisco tra Retorica, Finzione e non poche Incertezze, ha rappresentato un onere e non già un onore, di chi cioè riesce bene a distinguere tra il ruolo da assolvere e la sua più alta funzione civile al servizio degli ambiti culturali, già di per sé difficili da rappresentare. 

Lavorare per promuovere cultura nell’interesse e nella difesa della collettività cui apparteniamo io e la Fondazione, alla quale io stessa ho dato vita, come assessore alla cultura nel 1998, fatto salvo l’onore e la mia dignità, mi ha imposto sempre di farmi assolvere ad un profondo senso di giustizia e di limpida trasparenza soprattutto della mia coscienza e poi del mio operato. 

Anche quando sono stata svilita e mortificata in asfittici ed autoreferenziali circostanze, io son rimasta malgrado tutto a “presenziare” delirando proprio con i miei libelli, della funzione critica, dall’alto senso etico dell’istituzione e della qualifica della mia persona.

Sebbene contro i docenti stessi ad armarsi siano qui ora proprio altri docenti dall’aria non propriamente cattedratica; nobilitata ex adiuvantibus  per completare il quadro del degrado e del livello di mediocrità raggiunto da quei  commenti,  mi ergo anch’io - ma non avrei voluto - a paladina della titolata moralità, facendo notare quanto dall’arroganza dei cattedratici si riesca sempre a poter affermare, l’immagine contrita che è pari quasi sempre alla tela del ragno, quella torbida ed insulsa, da cui nascono sovente stroncature, stavolta alla persona e non ai contenuti.

Come allora non indirizzare eguale pochezza, che Sciascia stesso indirizzò a «Ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali: cioè alla classe dirigente; la quale (che cosa) dirige (?) solo una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela, anche se di filo d’oro».

Mi si accusa di essere “Ignorante e bugiarda” (cit.) or bene sono orgogliosa e fiera, anzi grata di potere dare anche qui prova per l’occasione, in tutto il mio fulgore, di incolta e dignitosa testa pensante non prezzolata.

Ma un attimo prima di aver fissato la becera asinità pedante dei cattedratici miei interlocutori, che pur se eruditi assai più di me, mi condannano inappellabilmente, alla mia immodesta e sfrontata umanità minore, di dovere una risposta in fil di lama né di “gregge”  né di “asino”  e nemmeno di “pulcino” o forse di “pulledro”.
  
E’ vero mi fregio di esser semplice Signora, titolata all’esercizio della professione di docente col solo beneficio di pubblici concorsi, dall’alto servigio reso alla pubblica istruzione, prima che alla dignità di Persona che si è liberata di certa perenne minorità: magari prioritariamente quella dell’insensibilità.

Ciò che non ho allora proprio bisogno più di comprendere (con la mia edotta laurea né col mio diploma) che vale (al pari se non di più) di ogni migliore “dotta (e sacra) ignoranza”  che quella dei pedanti cattedratici  miei interlocutori e di tutti i poveri Fanfulla della cultura è che - al cattivo gusto non vi è proprio mai fine -  se si perde il senno e la misura.

IO NON sono MAI stata bisognosa di padrini, né come studentessa, né come docente né come intellettuale e NON ho padri protettori o padreterni, che mi restano tanto più speciosi quanto più sono assoluti. Sono repellente sin anche alla “intelligentissima stupidità” perché ho bene digerito ormai da tempo che come donna necessito di strumenti ben più consistenti, per dovermi confrontare alla pari con guitti poveri e pseudo acculturati.  
 
Del resto l’umanità meridionale a cui appartengo è ancora prostrata ed in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che nelle simoniache alleanze “acculturate" degli accademici di certe meschine cattedrali, sguazzano indisturbatamente nella melassa e nella melma delle titolazioni “ad hoc” proprio con la nutrita pletora di pedanti ignoranti e di asini obbedienti, a cui mi fregio di non voler  appartenere, per non  «guidare con la lanterna della fede, cattivando (imprigionando) l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addrizza e guida» - Cabala del Cavallo Pegaseo - (G.B.) 

Pertanto mi limito soltanto a ragionare tentando anche di trasformare in azione, ciò che scrivo, perché amo guardare alla liberazione del pensiero e non alla sottomissione intellettuale che è resa anche dal fastidio del monogramma esistenziale cattedratico.

«la Signora presentatrice di libri altrui ha cercato di formulare sulle nostre relazioni, che in parte non ha deliberatamente ascoltato, per una forma etologica di rifiuto dell’estraneo e del potenziale “nemico” (essendo maleducatamente impegnata a chiacchierare con altri durante tutta la durata delle tre relazioni), e in parte non ha capito per mancanza di riferimenti culturali specifici: la poco gentile signora insegna, non so con quale titolo, nelle scuole medie superiori, è totalmente estranea al mondo della ricerca scientifica, non ha dimostrato in alcun modo di avere una formazione professionale in tal senso, non avendo mai pubblicato un suo libro, avendo solo investito, a parte l’insegnamento scolastico, il suo tempo nella presentazione in Acri di libri altrui e non essendosi mai sottoposta a nessuno dei tre livelli di concorsi accademici, che legittimano il possesso di abilità e attitudini alla ricerca e quindi la capacità di esprimere giudizi su prodotti scientifici» (cit.)

Io sono donna che non subisce il mondo, ma vive nel mondo e incide per come può col proprio mondo, in cui ho scelto di vivere dignitosamente la mia vocazione. E non vi faccia specie, non vivo alcuna frustrazione; bene educata come io sono stata dalla mia famiglia, ai sani valori della correttezza e del timore giammai dovuto solo perché reverenziale. E’ vero senza il demone del fastidio contro il conforme ed il fideistico, sin anche un buon provvido filosofo non potrebbe maturare alcuna rivoluzionaria trasformazione; ed è risaputo che io posseggo questa innata inclinazione al fastidio, per auspicare sempre una possibile altra nuova rivoluzione.

Non vivo pensiero che mi costringe a fare i conti con le piccolezze e le ristrettezze mentali, tanto da dover ricorrere di necessità a dover solo demonizzare l’avversario.

Ed anche quando non ammetto zone grigie, è forse solo perché il mio è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono come scriveva Giordano Bruno il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana» (De immenso et innumerabilibus).
 
Ciascuno è solo proprietario della propria vita e non deve Mai poter fare a meno di rivendicare la propria libertà; tanto più nell’etica della propria autonomia di dire e di pensare ciò che gli pare, con buona pace dei padroni dell’anima. 

«due son le mani per le quali è potente legare ogni legge, l’una è della giustizia, l’altra della possibilità… niente però è giusto che non sia possibile». G.B.  - Spaccio della Bestia trionfante -