mercoledì 11 luglio 2018

CENTRALI A BIOMASSA.





Articolo rimosso per suggestivo consiglio di persona onorata.

http://www.ferrarosalvatore54.com/2014/01/rompi-il-silenzio.html

Qua cantautori non ne vogliamo...


Anche da noi ad Acri.......................................................................

Ma sono stati bloccati sul nascere. E' stato scoraggiato il malaffare ed è stata tutelata la salute degli Acresi, già messa a rischio da altri fenomeni eco-mafiosi.


Peccato aver salvaguardato anche la salute di un giornalistucolo microcefalo appartenente al "ciciaroevullismo locale" che non perde occasione per liberare flatulenze maleodoranti come una jifa schiacciata.






mercoledì 13 giugno 2018

Todo Modo: La Censura che risparmia i Corvi e NON tormenta le Colombe


di Angela Maria Spina  


                                                              
    È dunque verso l’aria che spiego sicure le mie ali.  
Non temo alcun ostacolo, né di cristallo, né di vetro: fendo i cieli e mi ergo verso l’infinito. E mentre da questo globo mi elevo verso altri cieli e penetro oltre attraverso il campo etereo, lascio dietro di me ciò che altri vedono da lontano.                               
  Giordano Bruno, De l’infinito, universo e mondi.

Questa mia è dovuta a quanti hanno letto un mio ormai non più recente scritto datato 29 marzo 2018  “Mutazione totalitaria con le tare della società liquida postmoderna, applicate al femminile”  - Onore e Dignità della Donna Meridionale - Arena e Donne due rette parallele - a cui  in data 7 giugno 2018 sono stati apposti due squallidi e beceri commenti del tutto deliranti, inviati parrebbe dagli esimi Proff. L.M. Lombardi Satriani e D. Scafoglio.

Si sperava tali commenti fossero resi per controbattere alla sostanza della mia argomentazione, che potrete comunque rinfrescare al seguente link 

http://www.ferrarosalvatore54.com/2018/03/onore-e-dignita-della-donna-meridionale.html

Invece dall’alto della loro edotta scienza e nell’eloquio dell’inconsistenza, hanno inteso scadere di tono e di misura, a solo beneficio del mio sberleffo per la calunnia e pure la diffamazione sulla mia persona.

Da una delle lezioni del mio miglior investimento culturale (nel quale giovinetta mi imbattei come volenterosa e non poco promettente studentessa di filosofia, in anni ohimè ormai non più troppo recenti) appresi e fui nutrita del nettare di quel cotanto grande filosofo messer Giordano Bruno; Lui sì - fu vera illuminazione -  della mia formazione, quel monaco detto il Nolano pregiato  “accademico di nulla accademia” che ebbe il vero merito di darmi una vera grande lezione nel farmi ben comprendere, tutta l’importanza della invereconda asinità; della follia del mondo; e della vanesia negazione del buon senso e della razionalità.  

E dunque anche per queste contrite circostanze, per l’accumulo e l’aggravio proprio della boria di certi cattedratici pedanti, evoco questo mio faro, che tanto inviso aveva la pletora insignificante dei boriosi, per “profumarmi” in cotanto letame.
Dei nominati Frulla, Poliimnio, Prudenzio, e dei Manfurio, ovvero di tutti quei popolari personaggi-maschere bruniane, che oggi più di ieri impersonano laide o fulgide memorie letterarie, mi pare di ravvisare nei tratti in - una attualità presente disarmante - la mia recente storia, con tutte le inique banalità del discredito, inanellate per arrecarmi danno, attraverso due commenti comunque “deliziosi” che sul proscenio dell’ilarità nel mio divertimento, mi fanno apparecchiare una dovuta mia risposta ad entrambi; ad esclusivo beneficio di quanti avranno la pazienza di seguirne l’epilogo finale.

Quelle affermazioni contro la mia persona, non sono solo cagionevoli che di giustificata causa di senescenza, quanto dell’insensata opportunità, di chi le ha redatte e scritte, scegliendo di darsi tante, troppe arie, di edotti cattedratici, per scivolare fuori misura nella boria arrogante e sciocca, della sconsiderata offesa personale, imputabile, solo ad una indefinita spudoratezza “senile-fanciullesca” che della finzione rende solo vertiginoso l’illusionismo verbale e l’iperbole senza complessi o forse solo il trucco furfantesco ed offensivo.

Palesemente riconoscibile un tratto della penna, molto preoccupato ed adirato, da quanto io scrivo con totale disappunto. Per questo i luminari scelgono di sottrarsi ad un civile e franco dibattimento, argomentato con i miei stessi toni, di contenuti su dei contenuti, smarrendo così del tutto il senno e la lucidità del caso. 

E datosi che anch’io sono oramai un’attempata vecchia signora, di una certa veneranda età, la quale a ben guardare sa destreggiarsi alla meno peggio anch’Ella con i suoi poveri strumenti del non banale eloquio - che è dimostrato -  non è solo patrimonio esclusivo dei cattedratici, ma anche talvolta di noi altri poveri meschini; scelgo non altra via che questa nuova mia disamina in tratto di penna, per beffeggiare nella circostanza, la risma dei miei non certo benevoli detrattori; con l’ “Acescenza cattedratica" che preferirei veder piuttosto evaporare.

Faccio ammenda e puntualizzo, di non esser nemmeno titolata quanto lor signori, che pur scrivono di me senza conoscermi, non avendo neanche bene letto tutto ciò che ho scritto e prodotto e omettono dolosamente di rappresentare quello che io ho invece decisamente argomentato.  
Le mie “povere” analisi difatti, che riflettono anche un mio stile certo non minimalista, ma piuttosto sostanziale, non certamente scevro da sbavature sentimentali ed orpelli retorici, al tempo hanno portato e continuano a portare, un sì tale grande fastidio, sin anche in personaggi tanto memorabili della loro stazza, come portatori insani di disvalori di ingiustizia ed irrazionalità. 

Tanto da contestarmi di essere:  

«totalmente estranea al mondo della ricerca scientifica, non ha dimostrato in alcun modo di avere una formazione professionale in tal senso, non avendo mai pubblicato un suo libro, avendo solo investito, a parte l’insegnamento scolastico, il suo tempo nella presentazione in Acri di libri altrui e non essendosi mai sottoposta a nessuno dei tre livelli di concorsi accademici, che legittimano il possesso di abilità e attitudini alla ricerca e quindi la capacità di esprimere giudizi su prodotti scientifici.» (cit.)

Ben al di sopra delle righe e fuori dalle care pagine dei libri stampati - perché quelle sono dei titolati, ed io risulto certamente di nulla accademia - nella sensatezza e non nel delirio - dei cattedratici senescenti, rendo allora giustizia ad una cosa sola: all’ignavia intellettuale e morale perpetrata contro di me.

Sarei stata finanche qualificata come “irriverente” proprio perché non titolata a poter esprimere un mio giudizio, io portatrice sana solo della mia coscienza laica. Repellente a certa morale ipocrita del perbenismo acritico, che proprio con la mia scrittura - e solo con quella - brandisco l’arma della penna, che è modo e atto solo della mia conoscenza, meschina più di certa mia esperienza, con la corrosività sarcastica, che mi rende abile solo di indagare a fondo alle trame oscure di uno strapotere marcio fino al midollo.
 
Ora devo precisare, di essere ben lieta che dopo diversi mesi, i cattedratici di cui ho fatto menzione nel mio argomentare, abbiano sentito il bisogno di ribattere “tempestivamente” alle obiezioni, solo con offese alla mia persona, sebbene le abbiano prodotte con claudicanti ed insicure invettive, a cui però, pur mi delizia ribattere, col guizzo e la sagacia solo dei miei toni divertiti.

Mi appresto allora a chiarire, ma non prima, di aver reso loro un mio “irriverente” inchino, non fosse altro per aver fatto loro interrompere l’ozio dorato della propria senescenza, rapsodicamente attratta nel vortice dell’unidimensionalità del polo speculare non dell'asinità positiva (come dovrebbe aversi della fatica, dell’umiltà e della tolleranza) ma piuttosto della asinità negativa, cioè di quella soggezione a dovere obbedire e credere solo alle “teste unte” e “coronate” con insana rendicontazione. E fagocitare per essa il contenuto nella pedanteria della regola che espropria i fatti e le cose ridefinendole nella vertigine delle possibilità combinatorie di significato e di significante, col potente narcotico del dominio delle coscienze, ed il mantenimento del potere attraverso l’ottusità della “fede asinina” - da asino fidente a individuo (in)cosciente - per il disvelamento delle falsità degli assoluti, che fa sì che il raglio dell’asino possa divenire grido, panico, che tiene lontani solo i nemici della vera (non)conoscenza. 

Impietosa ed impenitente quale certamente io so ben risultare, sarò dunque incorsa nel mitico discredito che intende colpirmi forse come temibile avversaria o solo come delirante signora?  Ma non temete. Io sono avvezza solo a scrivere pamphlets e articoletti, dedicati a povere meschine cose, non certo scrivo - né ho giammai scritto - di straordinari tomi di demo antropologia o critica letteraria, ricchi dell’iperbole dell’acutezza e dell’eleganza; scrivo solo di grovigli inquietanti di certa realtà culturale a cui sono assai prossima, nel mio lucido rigore razionale.

Or bene, ma forse dovrei render conto ai ribaldi, anche della mia coscienza e del mio libero pensiero, quasi fosse il gioco amplificabile all'infinito delle simulazioni e delle falsità contro la mia persona, prodotte senza vergogna né ritegno alcuno? 

Certo le Libere opinioni circostanziate, danno più forza ed in parte generano fastidio, proprio quando sono senza limitazioni ed indisponibili quali si rivelano di contro alle complicità come allo strapotere ed alla vigliaccheria solo dei più vili mentecatti.

E pur volendo io restare ben al di sotto degli stessi toni che mi sono stati usati, dacché io sono Signora e non già cattedratica, quale io mi fregio proprio di non essere, meglio di costoro; mi accingo a deferire con divertimento solo della santa asinità.

Certi personaggi della loro risma, sono riconoscibili perché titolati solo delle loro affermazioni, che li qualificano in autodafé - non solo come non filosofi o illetterati -  nelle sterili invettive  di uomini meschini,  che certo ignorano (o fanno finta d’ignorare) quanto sia rischioso e di cattivo gusto, rivolgersi a certe vecchie signore con questi toni. 

Magari credendo di riuscire a ribaltare il coraggio di pensare, scrivere e parlare, con l'insensatezza di certe affermazioni false e tendenziose, i “coltissimi uomini di cultura” di cui nessuno però scorge il fondo per via del giganteggiante ego e dello spropositato carisma solo apparente (da non dover essere messo giammai in discussione in alcun modo) si sentono per questo più  sicuri di tenere sotto scacco, anche la femmina, ribalda e lucida, cioè la vecchia signora, che è perciò ancora più lieta, di controbattere ai pedantismi con vanto, solo perché diversa e propriamente non gradita come moraleggiante.


La pedanteria, scriveva Bruno nella “Cabala del cavallo Pegaseo” è solo l’effetto della fede asinina. 


Perché allora ci sono tanti asini? E perché quelli che ancora non lo sono sembra che si prodighino a diventarlo?  

Ebbene questo era e resta un arcano misterioso: inesplicabile. Magari perché tutti possano comprendere, rappresentare e poi descrive, le metamorfosi proprio di questo inasinamento imperante e sempre più drammaticamente trasversale:

«Fermaro i passi, piegaro e dismisero le braccia, chiusero gli occhi, bandiro ogni propria attenzione e studio, riprovaro qualsiasi uman pensiero, riniegaro ogni sentimento naturale, ed infine si tennero asini. E quei che non erano, si trasformaro in questo animale: alzaro, distesero, acuminaro, ingrossaro e magnificorno l’orecchie, e tutte le potenze de l’anima riportorno e uniro nell’udire, con ascoltare e solamente credere». (G.B.)

Certo, la fede spropositata nelle proprie esagerate facoltà dell’intelletto e nella propria scienza edotta, può essere sovente causa del delirio dell'imbecillità più rude, così come della deiscenza e decadenza della corruzione della società.

Perciò rivaluto l’importanza del voler dare da conto, dell’antica lezione sui sileni, quelli per intenderci di Erasmo; per provare magari ad andare ben oltre la rozza e sciatta immagine che pur di me essi hanno inteso voler dare, rappresentandomi solo con due commenti su di un convegno del quale mi sono presa briga di dar conto.

Ben inteso, il richiamo agli asini che si ricollega come dicevo alla duplice natura dei Sileni: mi serve per chiarire quanto sia pur necessario andare oltre la rozza immagine esteriore dell'asinità, per conoscere i “tesori” in essa gelosamente custoditi e tutta la “bellezza” di certa asinità, di certa (in)cultura di cui però non sempre è bene dare troppo sfoggio. 

Nel gioco dei rovesciamenti, in cui doveva essere possibile ripercorrere i temi da me argomentati tono su tono, che invece sono rimasti orfani del sensato e sano contraddittorio dei desiderata, la delusione è resa smisurata.

 Ciò detto però, senza tener da conto come a volermi affannare ecco allora che mi accingo a disquisire con miglior e più chiaro eloquio non solo per costoro; ma anche a pieno beneficio della correttezza che mi si conviene e della mia onestà intellettuale; solo con la capacità del mio libero pensiero; grata per gli spazi sin qui avuti e riconoscente verso i pazienti lettori.

Ed IO Signora di nulla accademia come già detto, certo più del mio vero maestro quel tale nolano, mi appresto così a disquisire elementarmente con le citazioni tratte dai commenti che riporterò TUTTE in grassetto e ben in evidenza, a solo vantaggio di chi si diletterà a trarre le debite conclusioni:

«Davanti alla follia di chi parla fingendo di avere ascoltato, contesta senza argomentare, aggredisce senza ragione e offende senza misura e ritegno, inventandosi per oscure ragioni un nemico germogliato dalle proprie piaghe e dalle proprie inconfessate inadeguatezze e paure, la migliore risposta è ignorare tutto, affidando al codice il compito di fare giustizia dell’insolenza dello spudorato aggressore».  (cit..)

Or bene allora, a quale codice si appellano i cattedratici? 

Forse al coraggio di dire sempre quello che io penso e sono abituata a saper bene argomentare, oppure all’avversità per il mio giudicare? 

Chi mi conosce e magari - mi avrà letta per comprendermi più e meglio di lor signori titolati -  sa bene che non sono mai stata né amo stare sotto l’imperio di alcun “prete” né amo alcuna incerta risalita sulla “Zattera della medusa” che pure da Théodore Géricault venne magistralmente rappresenta; né amo complicità con alcun diavolo che  porta occhiali a pince-nez esattamente solo per spartire con la cremè della cremè dell’ intellighenzia travagliata dalle lotte intestine e dalla meschina sete di potere, alcuna cosa affine con la mia persona. 

La bizzarra recita di certi inconcludenti atti convegnistici da cui sempre con estrema umiltà e volenterosa attesa non mi sottraggo ancora, non sono che il pretesto per una valutazione pessimistica, sul becero livello culturalmente oramai squalificato e miserrimamente impersonato da certi indegni pupi ormai ostaggio solo di loro stessi; quasi tutti sileni arroganti e avidi, cinici sovrani del pressapochismo, indegni finanche della propria aggettivazione sostanziale.

Del resto il vuoto politico che caratterizza il Paese attraverso una pletora di viziosi e meschini uomini ”d'onore” fa realmente toccare con mano quell’intreccio perverso tra politica e cultura, gerarchie e potentati inconcludentemente “culturali” magistralmente interpretati in caso di specie che per riflesso specchiano ogni vera storia qui rappresentata.

Oppure si ricorre e mi si contesta contro al coraggio di essere coerente con le conclusioni del proprio personale (mio) libero Pensiero?

Dabbene la “santa asinità” dell’ascolto passivo della mia parola, contro l’azione della mia scrittura, che non scalfisce alcun ciclo negativo, né ha permesso né permetterebbe di rivalutare errori, inciampi o clamorose e meschine figure, solo attraverso delle semplici parole, non fà però ben comprendere certa ostilità svalutativa della mia persona. 
Su quali basi? Per partito preso? Oppure solamente per le mancate nostre frequentazioni in seno alla Fondazione? 

E’ vero della Fondazione Padula ne sono diventata mio malgrado vice presidente, strana e bizzarra carica tanto banale quanto inconcludente, come volermi rappresentare a presenziare anche alla presentazione di libri altrui; carica ed incarichi ricoperti - sia chiaro -  non già per vanagloria personale, né per poter incamerare meriti indebiti alla mia “bassa” levatura; ma per puntualizzare in seno al C.d.A. (i cui compiti e le funzioni sono ben chiari e son tutti demandati al chiarissimo ed eminente presidente della fondazione Prof. Cristofaro) e per assolvere ad un precipuo compito etico e morale di sano volontariato culturale - delle mie pur umili e meschine competenze - quelle sì titolate -  ma solo nella pubblica istruzione da poco più di un quarto di secolo e con chiara fama. 

Ho dunque inteso così solo prestarmi al beneficio del mio dovere, di rappresentare a titolo gratuito la mia città e dei miei concittadini, con il baglio delle competenze ascritte alla mia sola esperienza professionale ed umana di docente del pubblico sistema dell’educazione. Altro non voglio/posso spendere.

 Sui titoli precisi e sui concorsi alla mia nomina, non credo fossero ascritti né la chiara fama di cattedratico e nemmeno quella di laureato o diplomato  e questo basta, anzi parebbe giunta l’ora di far rivedere anche quelle.

Circa poi 

 «(…) i resoconti delle attività, (della Fondazione) come premi, tra cui un Premio di cui lei stessa è animatrice, il Premio Padula (di discutibile utilità, dal momento che Padula è presente esclusivamente nella denominazione del premio), e di eventi culturali come presentazioni di libri, normalmente gestiti da lei stessa, con tutti i riferimenti economici mai resi pubblici (…) I cui cittadini di Acri avrebbero così preso atto della nostra estraneità totale a questa storia di interminabili chiacchierate accompagnate da un’incessante dissipazione di denaro pubblico.» (cit.)

Come già ribadito, rimando al ruolo che non è mio, ma è del Presidente stesso della fondazione. La mia nomina di vice-presidente nella Fondazione della città di Acri, lo ribadisco tra Retorica, Finzione e non poche Incertezze, ha rappresentato un onere e non già un onore, di chi cioè riesce bene a distinguere tra il ruolo da assolvere e la sua più alta funzione civile al servizio degli ambiti culturali, già di per sé difficili da rappresentare. 

Lavorare per promuovere cultura nell’interesse e nella difesa della collettività cui apparteniamo io e la Fondazione, alla quale io stessa ho dato vita, come assessore alla cultura nel 1998, fatto salvo l’onore e la mia dignità, mi ha imposto sempre di farmi assolvere ad un profondo senso di giustizia e di limpida trasparenza soprattutto della mia coscienza e poi del mio operato. 

Anche quando sono stata svilita e mortificata in asfittici ed autoreferenziali circostanze, io son rimasta malgrado tutto a “presenziare” delirando proprio con i miei libelli, della funzione critica, dall’alto senso etico dell’istituzione e della qualifica della mia persona.

Sebbene contro i docenti stessi ad armarsi siano qui ora proprio altri docenti dall’aria non propriamente cattedratica; nobilitata ex adiuvantibus  per completare il quadro del degrado e del livello di mediocrità raggiunto da quei  commenti,  mi ergo anch’io - ma non avrei voluto - a paladina della titolata moralità, facendo notare quanto dall’arroganza dei cattedratici si riesca sempre a poter affermare, l’immagine contrita che è pari quasi sempre alla tela del ragno, quella torbida ed insulsa, da cui nascono sovente stroncature, stavolta alla persona e non ai contenuti.

Come allora non indirizzare eguale pochezza, che Sciascia stesso indirizzò a «Ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali: cioè alla classe dirigente; la quale (che cosa) dirige (?) solo una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela, anche se di filo d’oro».

Mi si accusa di essere “Ignorante e bugiarda” (cit.) or bene sono orgogliosa e fiera, anzi grata di potere dare anche qui prova per l’occasione, in tutto il mio fulgore, di incolta e dignitosa testa pensante non prezzolata.

Ma un attimo prima di aver fissato la becera asinità pedante dei cattedratici miei interlocutori, che pur se eruditi assai più di me, mi condannano inappellabilmente, alla mia immodesta e sfrontata umanità minore, di dovere una risposta in fil di lama né di “gregge”  né di “asino”  e nemmeno di “pulcino” o forse di “pulledro”.
  
E’ vero mi fregio di esser semplice Signora, titolata all’esercizio della professione di docente col solo beneficio di pubblici concorsi, dall’alto servigio reso alla pubblica istruzione, prima che alla dignità di Persona che si è liberata di certa perenne minorità: magari prioritariamente quella dell’insensibilità.

Ciò che non ho allora proprio bisogno più di comprendere (con la mia edotta laurea né col mio diploma) che vale (al pari se non di più) di ogni migliore “dotta (e sacra) ignoranza”  che quella dei pedanti cattedratici  miei interlocutori e di tutti i poveri Fanfulla della cultura è che - al cattivo gusto non vi è proprio mai fine -  se si perde il senno e la misura.

IO NON sono MAI stata bisognosa di padrini, né come studentessa, né come docente né come intellettuale e NON ho padri protettori o padreterni, che mi restano tanto più speciosi quanto più sono assoluti. Sono repellente sin anche alla “intelligentissima stupidità” perché ho bene digerito ormai da tempo che come donna necessito di strumenti ben più consistenti, per dovermi confrontare alla pari con guitti poveri e pseudo acculturati.  
 
Del resto l’umanità meridionale a cui appartengo è ancora prostrata ed in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che nelle simoniache alleanze “acculturate" degli accademici di certe meschine cattedrali, sguazzano indisturbatamente nella melassa e nella melma delle titolazioni “ad hoc” proprio con la nutrita pletora di pedanti ignoranti e di asini obbedienti, a cui mi fregio di non voler  appartenere, per non  «guidare con la lanterna della fede, cattivando (imprigionando) l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addrizza e guida» - Cabala del Cavallo Pegaseo - (G.B.) 

Pertanto mi limito soltanto a ragionare tentando anche di trasformare in azione, ciò che scrivo, perché amo guardare alla liberazione del pensiero e non alla sottomissione intellettuale che è resa anche dal fastidio del monogramma esistenziale cattedratico.

«la Signora presentatrice di libri altrui ha cercato di formulare sulle nostre relazioni, che in parte non ha deliberatamente ascoltato, per una forma etologica di rifiuto dell’estraneo e del potenziale “nemico” (essendo maleducatamente impegnata a chiacchierare con altri durante tutta la durata delle tre relazioni), e in parte non ha capito per mancanza di riferimenti culturali specifici: la poco gentile signora insegna, non so con quale titolo, nelle scuole medie superiori, è totalmente estranea al mondo della ricerca scientifica, non ha dimostrato in alcun modo di avere una formazione professionale in tal senso, non avendo mai pubblicato un suo libro, avendo solo investito, a parte l’insegnamento scolastico, il suo tempo nella presentazione in Acri di libri altrui e non essendosi mai sottoposta a nessuno dei tre livelli di concorsi accademici, che legittimano il possesso di abilità e attitudini alla ricerca e quindi la capacità di esprimere giudizi su prodotti scientifici» (cit.)

Io sono donna che non subisce il mondo, ma vive nel mondo e incide per come può col proprio mondo, in cui ho scelto di vivere dignitosamente la mia vocazione. E non vi faccia specie, non vivo alcuna frustrazione; bene educata come io sono stata dalla mia famiglia, ai sani valori della correttezza e del timore giammai dovuto solo perché reverenziale. E’ vero senza il demone del fastidio contro il conforme ed il fideistico, sin anche un buon provvido filosofo non potrebbe maturare alcuna rivoluzionaria trasformazione; ed è risaputo che io posseggo questa innata inclinazione al fastidio, per auspicare sempre una possibile altra nuova rivoluzione.

Non vivo pensiero che mi costringe a fare i conti con le piccolezze e le ristrettezze mentali, tanto da dover ricorrere di necessità a dover solo demonizzare l’avversario.

Ed anche quando non ammetto zone grigie, è forse solo perché il mio è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono come scriveva Giordano Bruno il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana» (De immenso et innumerabilibus).
 
Ciascuno è solo proprietario della propria vita e non deve Mai poter fare a meno di rivendicare la propria libertà; tanto più nell’etica della propria autonomia di dire e di pensare ciò che gli pare, con buona pace dei padroni dell’anima. 

«due son le mani per le quali è potente legare ogni legge, l’una è della giustizia, l’altra della possibilità… niente però è giusto che non sia possibile». G.B.  - Spaccio della Bestia trionfante -      

giovedì 29 marzo 2018

“Onore e Dignità della Donna Meridionale” Arena e Donne, due rette parallele.



Mutazione totalitaria con le tare della società liquida postmoderna, applicate al femminile.
di Angela Maria Spina




L’enucleazione delle regole di calcolo di un sistema simbolico - come per il gioco degli scacchi -  prevede come è noto di stabilire un sistema (convenzionale o non) per calcolare le possibili combinazioni, dalle quali è determinata l’articolazione della struttura razionale della realtà in generale, tanto da poter far prevedere domande talvolta bizzarre o speciose come quelle che mi è capitato di pormi  in occasione di un serio appuntamento culturale della mia città : “che cos’è quel convegno?” “Quale rapporto c’è tra i temi, gli sviluppi e le sue proprietà rappresentative?” In definitiva che rapporto sussiste tra ciò che taluni chiamano filosoficamente l’identità di razionale e reale, che il sistema hegeliano anche con qualche reminiscenza scolastica avrebbe dovuto pur insegnarmi. 

Tant’è che l’Amministrazione Comunale Città di Acri ed i prodi tecnici della cultura di cui attualmente si fregia ed avvale, hanno organizzato giorno 27 marzo c.a. il Convegno sul tema “Onore e Dignità della Donna Meridionale”. Tutti loro avrebbero però almeno potuto tenerlo in debita considerazione questo ragionamento, poiché ben inteso la ragione è (sempre) mezzo di elaborazione della rappresentazione della realtà.  Quella del convegno in verità è stata sciatta, pressapochista e irrispettosa di fonti, testi e contesti. Gli ospiti infatti si sono posti di fronte a tutto questo, più che per comprendere, definire e arricchire i temi proposti al pubblico, scegliendo invece di procedere esattamente come farebbero due rette parallele.  

Ecco perché avverto irrefrenabile il bisogno di giudicarne aspetti prevalentemente negativi, visto che i pochi positivi attengono esclusivamente a quel cammeo di studenti della IV A del locale liceo classico, ed a certe docenti, troppo poco presi in considerazione .

Convegno il cui esito è a mio modesto parere è stato deplorevole. Non certo per le intenzioni, che si spera almeno quelle, si possano fare salve, rispetto alla penosa rappresentazione, parcellizzante e confusa resa dagli studiosi sulla donna meridionale, punto di contatto tra ciò che è stato e quello che invece avrebbe potuto essere, tra realtà e possibilità, in quella che è parsa rappresentata come una ruptile potenzialità espressiva. Con un rituale al quale siamo ormai già saturi da tempo, si è dato corso all’enucleazione stereotipata, asfittica e ripetitiva di vecchie interpretazioni del femminile, ormai indigeste,  citate con troppa parsimonia e ancor più colpevolmente declinati attraverso una penuria di contenuti tutti per lo più contriti, da far invidia all’università di Facebook; che non solo non hanno reso giustizia e degna rappresentazione della donna meridionale del passato, ma neanche dato impulso all’elaborazione del tema per quelle giovani donne contemporanee studentesse acresi, alla cui presenza si è consumato il misfatto che è tanto più grave quanto più deplorevole.   Un femminile rappresentato come un vuoto del Desiderio proteso al Passaggio, il cui dono non è mai assolutamente gratuito; in quella che mi è apparsa - se mi si concede la licenza - come una sorta di liturgia in lingua materna, declinata in chiave di negativo, proprio per la prevalenza del NON attribuito alla rappresentazione della donna in generale ed alla sua simbologia interpretativa; non più che come un buco dell’essere nichilistico, dove il male era e resta un problema e il niente dell’essere invece, non è neanche per un momento un passaggio verso la verità o la giustizia della sua presenza. Forse che i cattedratici abbiano smarrito il senso della realtà e dei temi per sopraggiunti limiti d’età?  Non oso immaginarlo, da parte di così grande gotha. 

Il Tema  del convegno invece, tanto complesso e variegato, sia pure non distinguendosi per originalità  e ideazione singolare - posso affermarlo senza timore di smentita - è stato un classico aborto embrionale delle migliori intenzioni, restate tutte fulgidamente inespresse, vittime della lettura maschilista, retrograda e per nulla accattivante, che guardano alla donna in modo compiaciuto ed ammiccante, figura servile, effettivamente oscurata, magari anche sopravvalutata in taluni contesti e sempre al peggio, come presenza intermittente priva di saper far scorgere quello che invece c'è oltre la superficie. 

Neanche la nemesi incombente della modernità, dopo il Capitalismo e Neoliberismo che si sono giovati della cosiddetta morte apparente del femminismo, che pure ha provato a far intravvedere diverse chiavi di lettura ed interpretative del femminile; sono serviti da lezione; forse perché il feticismo delle merci, come lo chiamava Marx, cioè il bieco consumismo, basato proprio sulla possibilità di soddisfare tutti i bisogni indotti che ci vengono inoculati, (preferibilmente al netto di contraddizioni!) continua a rilanciare e se possibile abbattere e demolire, la fastidiosa voce del vero talento del femminile. Hai visto mai, dovesse cominciare ad inoculare ed imporre limiti o dubbi allo straripante pensiero unico maschile? 

Insomma, per spezzare l’autoritarismo, del pensiero unico dominante e della visione unica maschile che continua ancora a volerci proporre interpretazioni e rappresentazioni improprie del femminile, occorre certo spazzare via il principio di autorità maschile e con esso gli unici freni che ne inibiscono il trionfo (solo tutto maschile) incontrollabile, anche in situazioni grottesche come quelle a cui un pubblico sofferente ha avuto modo di assistere durante i lavori.

Mi domando: quali letture abbiano mai svolto alla preparazione del tema e quale elaborazioni del convegno siano state immaginate, perché francamente a me è sfuggito, sicuramente per mia imperizia. Trasecolare udendo relazioni tanto superficiali, è stata cosa sin troppo ovvia, per un risultato tanto oltraggioso, interessati come sono stati i relatori, ad offrire una rappresentazione delle donne sconnessa, frammentata e claudicante, che nulla a che vedere né con l’onore, né con la dignità ed ancor meno con le donne, specie se meridionali.

Le donne meridionali rappresentate dal lume d’ingegno di tale calibro accademico: Lombardi Sartiani, Scafoglio, Ranisio, (i quali è indubbio che per la circostanza abbiano ceduto tutti al piglio di arrabbattare) nel novero di un bagaglio esponenziale di autorevolezza indiscussa, che ai primi, questo territorio risorgimentale paduliano, ha sempre riconosciuto; e che per troppo tempo ha anche foraggiato con iniqua impudenza ed imperizia, attraverso quella strana vacca da mungere del buon caro abate acritano, al quale a piene mani tutti hanno attinto con pubblicazioni ed onorari. Adesso francamente suonano veramente come scordate rispetto agli accordi musicali.

Gli studiosi convocati per l’importante occasione, hanno dunque tutti inteso parcellizzare e sperperare con i loro interventi, un’occasione che -anche se impropriamente spesa in nome di Giuseppe Antonio Arena - poteva essere occasione preziosa per cominciare davvero a voler intraprendere una interessante strada, su questi temi.  L’intera storia del pensiero è popolata di donne, un lavoro apparentemente di archeologia del pensiero femminile, sommerso o dichiarato.

Un colpevole mancato recupero di testi, contesti, fonti bibliografiche che urlano di donne isolate, tagliate fuori dalla cultura ufficiale, ma protagoniste sempre di quella ufficiosa, in cui anche se donne sempre per lo più analfabete e nelle retrovie, erano e restano donne sempre collocate solo in secondo piano, all’ombra del peduncolo appassito.  Da tempo ormai l'ignoranza ostentata di tanti intellettuali italici, relativamente a temi per così dire “femministi” li riguarda direttamente, interroga le loro vite, piuttosto che la loro professione, la loro cultura, e soprattutto le loro teorie interpretative.  Forse sarebbe il caso di chiedergli perché ne parlate sempre in questi medesimi termini di quarant’anni or sono? Che cosa avete aggiunto con i vostri contributi di cattedratici, a ciò che non ci avete già detto o a quello che nel frattempo abbiamo scoperto altrimenti?

Chi sarà la divinità che le fecondava queste donne della storia, che le riempiva, che le rendeva felici in quanto maternamente capaci di produrre, pur non avendo identità libera e propria? Qual’è la reale potenza storica del femminile sul meridione del passato e del presente e quale dovrebbe invece essere quella del futuro?  E’ una potenzialità e tale rimane, di chi le affida l’anima e come nella dialettica del partorientepartorito tra anima e Dio, la prima è sempre reversibile, la seconda invece no; così come anche quella del possibile-impossibile, che nel pensiero toppo arrogante e presuntuoso, si rovescia come una clessidra.

Sarà forse che la concezione di uno Spirito continuamente spinto in avanti sulla strada della verità, grazie alla constatazione dell'inadeguatezza dei risultati fino ad ora raggiunti, è magari destinata inevitabilmente a fallire ancora, proprio perché - ciò che intendo qui rappresentare come principio infinito -  dovrebbe per lo meno servire ad animare e ordinare la realtà, almeno su questi temi a me molto cari; che invece sento ancora riproposti alla stessa forma dei loro vecchi interventi.  Mentre nel frattempo invece la realtà “razionale” è dinamismo, sviluppo, progresso, anche interpretativo. 

Ora, se la tendenza è quella di esserne semplicemente a favore abbracciandolo, o contraria, denigrandolo, il Convegno abbisogna di qualche chiarimento in più. E sarebbe bene che ciò fosse fatto in primo luogo da parte mia, che affermo convintamente, che il giusto mezzo risiede tanto nell’accoglierlo quanto nel rifiutarlo, per aspetti e derive differenti. 

Non perdiamo di vista che vi è necessità di affrontare questi temi fuori da ogni retorica o strumentalizzazione possibile e che quanto più ha ragion d’essere l’informazione, resta un dato soltanto: ovvero quello della completa dipendenza in cui vivevano le donne non solo fino a un paio di secoli addietro, ma addirittura sino allo scorso e agli albori di questo.

  «Le donne si trovano dovunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate. Fin dall’infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne invece (ieri come oggi) costrette come sono a occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là di un successo di un’ora. Ma se il loro intelletto si emancipasse dalla schiavitù a cui le hanno ridotte l’orgoglio e la sensualità degli uomini, insieme al loro miope desiderio di potere immediato, simile a quello di dominio da parte dei tiranni, allora ci dovremmo sorprendere delle loro debolezze»  

Sono parole che sembrano scritte oggi, invece sono di Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman, 1792.  Che bene chiariscono la necessità e l’urgenza - oggi più di ieri - di Rilanciare adeguatamente occasioni per veicolare una rappresentazione del femminile - tanto più nella corretta ricostruzione storico letteraria e sociologica, anche delle donne meridionali -  che si connota secondo natura femminile a dover conquistare, al pari di tutte altre prima di ogni cosa la libertà.

Dunque, quella di offrire una rappresentazione femminile, corretta, giusta e adeguata magari che abbia anche alla base il sentimento,  passa per molte altre cose che il convegno non ha declinato e come nelle parole gomezdaviliane rimanda ad una perla di saggezza: «La libertà non si percepisce se non come fatto interno; è la forma che assume per il soggetto ogni atto che percepisce come proprio; è la forma stessa della soggettività»; è dunque una occasione troppo preziosa, per essere sprecata tanto più che sempre come lo stesso Gómez Dávila chiarisce – «La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora» – e si sa, la forma non sussiste senza contenuto. 

Ho avvertito questa esigenza di puntualizzazione perché come donna prima che altro, mi ritengo accorta e interessata a saper rispondere, diversamente da ciò che è forse stabilito a priori più o meno volontariamente dalla storia e da certe interpretazioni banalizzanti di certi finto dotti che non si possono proprio più proporre con fini oltre l’onestà intellettuale. 

Perché allora non provare a convincere delle nefandezze di certe chiavi di lettura stereotipate e parcellizzate? Perché la donna meridionale è e deve continuare ad essere riproposta nella storia attraverso rappresentazioni sminuzzate che non le rendono giustizia, con criteri rappresentativi che ricalcano una rappresentazione non veritiera o grondante di stereotipi banali e tutt’al più grotteschi; i quali più che duri a morire, ho il sospetto che siano riproposti da uomini per uomini o magari anche per donne persuadibili, che si ha tutto l’interesse a non voler convincere del contrario?

 Perché l’intellighenzia e questi studiosi - tanto più perché cattedratici -  Non intendono davvero fare i conti con questo fatto interno della rappresentazione del femminile e rifuggono davvero dal voler rendersi interpreti dell’istanza di un’inversione di rotta, ribaltando anche simbolicamente questa rappresentazione povera e fuori tempo delle donne.  

 E’ evidente che per essi tutte le battaglie culturali su questi temi si sono trasformate in una ossessione totalitaria rendendoli ancora incapaci di indicare “un altro mondo possibile per la rappresentazione del femminile”.

Liberarsi significa non vedere più buone ragioni per sostenere un certo vincolo, e forse la storia delle donne è il processo di rifiuto e accantonamento di questi vincoli ingiustificati. La liberazione, è sempre liberazione da qualcosa di ingiusto, è propriamente il gesto dialettico del pensiero che conosce, e non accetta più le condizioni inique in cui dimorava. Ma il togliere una condizione o un insieme di condizioni, non è affatto togliere condizioni tout court, o solo sostituirle, sostituire cioè quell’insieme con alcune altre migliori. 

La risposta a quei significati e a quella rete di relazioni, discutibilmente rappresentate, non è indifferente al fine che se ne è conseguito: solo se la risposta, la scelta è buona, faremo del bene.  Le ragioni che portarono alla nascita delle voci femminili sono nobili, lo è molto meno il seguito che si sceglie di volere o non volere ereditare e rappresentare. 

Forse un tempo le donne si ribellavano a qualcosa di falso e oppressivo; quelle odierne si ribellano a tutto ciò che va contro qualunque cosa passi loro per la testa come erronea e sbagliata ivi comprese le rappresentazioni lette senza alcuna nuova chiave immaginativa.

sabato 11 novembre 2017

I NOSTRI MIGRANTI.


Giovedì 16 novembre ritornerà ad Acri, nella terra antica dei suoi padri, il Professor Joseph Luzzi (*). (E.C. Non sarà giovedì  ma a fine mese... se Zeus vuole).





A GUARDARE VECCHIE FOTO
di Joseph Luzzi


Ho passato un sacco di tempo negli ultimi anni a guardare vecchie foto di famiglia, di familiari che non ho mai conosciuto (sarebbe più preciso chiamarli con il termine asettico "antenati").

Mentre scrivevo le mie memorie, My Two Italìes, Le Mie Due Italie, ho studiato la storia della mia famiglia su prove materiali della loro vita in Italia del sud, prima che arrivassero come immigrati negli Stati Uniti negli anni 50.

Tutto ciò mi colpì profondamente: le carte di naturalizzazione di mio nonno Carmine Crocco, l’encomio di guerra di mio padre, i certificati di nascita dei miei fratelli e la carta d'identità italiana di mia madre, che citava la sua professione di "casalinga".

Ma niente mi ha commosso come le fotografie. I negativi da tempo sono stati persi, e ho dovuto fare affidamento su stampe multigenerazionali, alcune profondamente sbiaditi. Eppure la possibilità di poter guardare negli occhi delle persone di cui stavo scrivendo, li ha riportati alla vita.

Prima del libro, i miei nonni erano solo nomi. Mia nonna materna, Rosaria Crocco, mi aveva aiutato a crescere da bambino, ma mio padre la rimandò in Italia in collera, sostenendo che era intrigante, quando ero troppo piccolo per ricordarla.

Con il tempo ho finito Le mie due Italie, e ho capito che mia madre era veramente figlio di suo padre Carmine: la stessa espressione calda, lo stesso accenno di nervi e ansia negli occhi che hanno visto troppa sofferenza.

Mi sentivo come se avessi incontrato mio nonno – e mia madre – per la prima volta.

C'è una foto del "vecchio paese" che non compare nel libro, un ritratto di gruppo di alcuni abitanti del villaggio calabrese (Cantari, frazione di Acri, n.d.t).

Prima di vedere questa foto, non avevo mai sentito parlare di queste persone. Eppure nulla, più di questa immagine una volta anonima, mi ricorda più del mondo perduto dei miei genitori, quello che hanno abbandonato per dare a noi, i loro figli, una vita migliore in America.

È tutto lì: le strade sterrate, l'abbigliamento modesto quasi rozzo, la natura corale della vita del villaggio. Anche se la foto era del 1950, poteva anche essere stata del 1800 o addirittura 1700.

I miei genitori sono fuggiti dalla Calabria perché non volevano crescere i loro figli in un mondo che sapevano che sarebbe cambiato poco come questa istantanea cristallizzata.

Da allora ho imparato chi sono le persone: all'estrema destra, il pastore Vincenzo Crocco, il fratello di mio nonno Carmine; accanto a lui, il gigante Luigi, il cognato di Carmine; al centro, sua moglie, Bommina, una casalinga come tutte le matrone calabresi dell'epoca; a destra, amico di mio nonno l'elegante Federico Olfello, un lavoratore; accanto a lui, sua moglie, Anna.

Ho chiesto a mia madre perché era stata scattata quella foto, e lei rispose che forse avevano appena macellato un maiale, e tutti si erano riuniti per una festa celebrativa.

Non conoscevo nessuno di loro, ma i volti di questo gruppo mi hanno aiutato a scrivere il mio libro.

Vedo mio nonno Carmine nel fratello Vincenzo: la stessa piccola e delicata corporatura, portamento fiero e sguardo premuroso. Più di tutto, vedo i miei genitori nella loro prima casa, i parenti e gli amici, che si sono lasciati alle spalle e non sono mai più tornati.

In "l'opera d'arte nell'era della riproduzione meccanica" (1936), Walter Benjamin affermò che le fotografie mancano di "aura": sono create da un processo meccanico (l'impronta di luce su un negativo), piuttosto che dalla mano di un artista, rendendole infinitamente riproducibili.

Ma ha anche sostenuto che una foto può fornire qualcosa che un dipinto o una scultura non può mai: un’indicazione o una registrazione del momento, nello spazio e nel tempo, di quando l'immagine è stata scattata.

Ho sentito il potere dell'osservazione di Benjamin mentre fissavo i miei parenti perduti: erano effettivamente fissati in un punto del passato, conservati per sempre in questo ormai scomparso universo calabrese.

Ma forse una foto può avere un'aura propria. Anche se si trattava di un processo meccanico che ha registrato questi paesani acresi - e anche se li conoscevo solo in forma digitale - ho potuto ancora sentire l'odore del passato, privato e pubblico.

E potevo ascoltare le storie dei miei uomini solo quando potevo guardarli negli occhi.

Articolo postato il 4 Luglio 2014, tradotto da S.F.




(*) I genitori di Joseph Luzzi erano cittadini acresi, abitanti nella contrada lamuconese di Cantari, che come tante famiglie del luogo, in diverse ondate migratorie, nella prima metà del secolo scorso, sbarcarono in America.

Giuseppe (Joseph) è l’ultimo dei 4 figli, e il primo che nacque in America.

La sua famiglia si stabilì e si integrò negli States, dove Joseph seguì brillantemente una carriera scolastica e accademica che lo portò a conseguire un dottorato alla Yale University e ad insegnare al Bard College, nello Stato di New York.


Ha scritto My Two Italies (2014) segnalato dal New York Times Book Review, Il romanticismo italiano e l'Europa. (2008), fantasia e realtà nell'immaginario occidentale, vincitore del Premio Scaglione per gli studi di italianistica, e A Cinema of Poetry: Aesthetics of the Italian Art Film. (2011)

I suoi saggi e le sue recensioni sono apparsi su The New York Times, Los Angeles Times, Bookforum e The Times Literary Supplement.

Dante Alighieri è da oltre vent'anni al centro della sua attività accademica. 

Nel 2015 pubblica Oltre la selva oscura, tradotto in diverse lingue, e che gli fece ottenere numerosi riconoscimenti e premi per il suo lavoro di docente e studioso di Dante.

Oltre agli impegni accademici, Luzzi tiene conferenze su letteratura, arte e cinema in giro per il mondo.

venerdì 13 ottobre 2017

COME MAI?



Onorato di ospitare su Dagoberto uno scritto brillante del mio caro amico e compagno di cammino Damiano Pisarra, di cui apprezzo sensibilità, indipendenza di pensiero e radicalità critica.

“Chi guarda un vero amico, in realtà, è come se si guardasse allo specchio.” Cicerone


IL CHIURITO
In alcuni momenti mi assale un pizzicorino, un prurito, una curiosità, un vero e proprio chiurito, se mi è consentito fare ricorso al vernacolo. Ma bando ai preamboli e veniamo quasi subito al sodo: la piccola mente “che non ha mai prodotto nulla di concreto per la realtà politica acrese”, se non solo qualche maldestro tentativo di infilarmi tra le pieghe di un mondo malato e malsano con la balorda intenzione di cambiare in meglio il sistema, ha partorito un modesto e piccolo pensiero relativo alla vicenda FONDAZIONE MaB.

Lo scorso 6 settembre (e tutti penserete ca fina a mo è dormutu) il consiglio comunale si è pronunciato positivamente (e aggiungo finalmente) in merito all’adesione alla Fondazione MaB, riparando al torto ma soprattutto alla mancanza di lungimiranza politica e amministrativa della passata gestione. E tutti penserete: e quindi??? E mo chi vodissa diri??? Buanu susutu!!! E guarda a Pisarra che sinapsi veloci!!! Bravo, applauso!!!

Però... e c’è un però, perchè ad Acri amiamo complicarci la vita, anche perché se non ci fosse il però, vi chiederete, da dove potrebbe nascere il mio CHIURITO. Ebbene credo che volendo fare una stima esatta del tempo impiegato per discutere questo punto all’ordine del giorno e relativa votazione si arriva a mezz’oretta scarsa, considerato che la vicenda era nota a tutti e che in questo caso, giustamente, maggioranza e opposizione erano pienamente concordi ad entrare nella Fondazione.  Da quando conosco questa vicenda, sponsorizzata dal mio amico Dott. Salvatore Ferraro (meglio conosciuto cum u miadicu e du Scigheatu) all’epoca vice-sindaco (A.D. 2015), mi sono sempre schierato fermamente a favore dell’adesione alla Fondazione, anche in virtù di quell’amore viscerale che mi lega al territorio tanto da averne fatto una ragione di vita, visto che ho la presunzione di occuparmi e qattru petri vecchi o e rasti e ceramidi, cercando sempre di sensibilizzare quelli che mi circondano ad apprezzare la nostra amata-amara terra.

Ma voi (se qualcuno dovesse leggere questo pensiero notturno) vi chiederete, ma insomma su chiuritu??


In occasione del primo dibattimento in consiglio comunale sulla questione Fondazione Mab (A.D. 2016) si era levato un capannello di cittadini amanti delle arti venatorie (che avrebbero fatto meglio a spareari metaforicamente allu Ghiegghiu...e doppu allu dupu, considerata la mia discendenza di cui vado orgoglioso), capannello che si sentiva minacciato dalla Fondazione Mab, definita in alcuni casi anche “Carrozzone”. Ed eccoci al chiurito, vorrei chiedere agli oltre 1000 cittadini che all’epoca avevano sottoscritto un documento contro l’ingresso della nostra amministrazione comunale nella Fondazione, e principalmente al loro rappresentante Tullio Capalbo (mio caro amico ed ex compagno di partito con cui ho militato nel PdCI) come mai in questa circostanza non ci sono state proteste, asserragliamenti, interviste, blablablablabla,  contro l’adesione alla Fondazione.

Un caro saluto

Damiano Pisarra